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Mousa

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VOTO: 6,5

Il vendicatore robotico

Leggi fantascienza egiziana e non può non scattare la curiosità nei confronti del film in questione, poiché si tratta di un genere poco – anzi per niente – frequentato da una cinematografia che nei decenni ha dimostrato di preferire altro. Ecco perché tra le dieci pellicole in concorso alla prima edizione di Sognielettrici, dove è stato presentato in anteprima italiana, Mousa di Peter Mimi è quello che ha da subito catalizzato l’attenzione nostra e degli altri spettatori che hanno assistito alla proiezione nella giornata inaugurale della neonata kermesse milanese.
A tentare l’impresa non poteva non essere il prolifico cineasta di Nasr City, qui alla sua decima fatica dietro la macchina da presa. Il classe 1987, che nel frattempo ha già realizzato un undicesimo film (la commedia on the road For Ziko) e gli episodi di due serie televisive (The Bridge e The Choice), ha esplorato in lungo e in largo la tavolozza dei generi, con una certa predilezione per l’action, muovendosi da sempre nell’alveo del cinema commerciale. Motivo per cui non sorprende che sia stato proprio lui a mettere in cantiere per poi portare sul grande schermo questo primo tentativo di fantascienza araba che ci porta al seguito di un giovane socialmente inadeguato, messo a dura prova dalla morte non accidentale del padre, che mette a punto un robot straordinario che potrebbe essere destinato a diventare un supereroe. Sullo sfondo si muove una cospirazione che ha ramificazioni nell’intera società.
Ci si trova dunque al cospetto di una storia nella quale il revenge movie incontra i film sui supereroi, con la differenza che il vendicatore mascherato indossa un visore che gli serve per guidare da remoto il suo alterego cibernetico al fine di combattere il male ed eliminare la feccia dalle strade. Mimi, che firma in solitario oltre alla regia anche la sceneggiatura, ha dichiaratamente preso in prestito gli stilemi dei filoni di riferimento, attingendo a dinamiche già ampiamente sviluppate e codificate dal pubblico, senza di fatto preoccuparsi di dare forma e sostanza a una trama e a dei personaggi originali. Scelta limitante, questa, ma al contempo comprensibile data la necessità di creare dal niente qualcosa di nuovo in una cinematografia che con la fantascienza aveva avuto in precedenza solo sporadici e timidi contatti. Di conseguenza, il plot aveva bisogno di basi solide e collaudate sulle quali costruire le fondamenta narrative e drammaturgiche di un film fortemente derivativo sulla ricerca della giustizia, che fa eco e sviluppa la propria scrittura su e intorno alle fondamenta della fantascienza robotica e del superhero movie. Ecco perché con il passare dei minuti si assiste a continui déjà-vu che rendono gli eventi narrati prevedibili, con figure e dinamiche che appartengono a un copione già scritto, a cominciare dalla caratterizzazione e dalla one-line del protagonista, un uomo che decide di vendicarsi e per questo decide di uscire dall’ombra e combattere dopo un’esistenza all’insegna dell’anonimato. Non c’è da aspettarsi di fatto nessuna variazione sul tema, con l’autore che segue alla lettera un copione senza apportare alcuna pennellata personale. Al fruitore non resta che accettare le regole d’ingaggio e lasciarsi andare a una visione stereotipata, che perlomeno sul fronte dell’intrattenimento e del coinvolgimento ha qualcosa da dire e da mostrare.
Ciononostante, Mousa è un prodotto di genere che ha motivo di esistere proprio in virtù del fatto che si tratta di un primo tentativo di portare la fantascienza ad ampio spettro, votata alla causa del mainstream, laddove non ha mai voluto attecchire per motivi produttivi e soprattutto di credibilità rispetto alla messa in quadro. Da apprezzare dunque lo sforzo produttivo per piantare un primo seme, che speriamo possa germogliare e dare vita a un campo. Le premesse in tal senso sono buone, con la pellicola del regista egiziano che, pur presentando limiti strutturali ed effetti speciali discontinui e non sempre all’altezza delle reali esigenze visive di un blockbuster che strizza l’occhio al mercato internazionale, dimostra di avere sufficienti margini di miglioramento. Dove al momento non possono arrivare i VFX ci arriva infatti Peter Mimi che con la sua crew ha portato sullo schermo una manciata di efficaci scene d’azione (su tutte l’uno contro tutti nel covo dei trafficanti di organi e il dirottamento del treno) che offrono spettacolo e ripagano il costo del biglietto.

Francesco Del Grosso

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