Madre!

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8.0 Awesome
  • voto 8

Madre, perdonaci!

Per poter scrivere una sorta di recensione, articolo o analisi – a seconda di come lo si voglia chiamare – su Madre!, ultimo lavoro del controverso regista Darren Aronofsky, presentato in Concorso alla 74° Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia, v’è bisogno di non poco tempo per metabolizzare per bene il lungometraggio stesso. Ammesso che, alla fine, si riesca a metabolizzarlo del tutto. Perché, di fatto, al di là delle possibili critiche e delle possibili discussioni che potrebbero nascere in seguito alla sua disturbante visione, di certo questa ultima fatica del celebre cineasta statunitense – scritta praticamente di getto e girata in pochissimo tempo – è di sicuro il film che, nel bene o nel male, maggiormente ha fatto parlare di sé durante la storica manifestazione lidense.
Eppure, se si guarda alla sinossi, ciò da cui prende il via tutta la vicenda è quanto di più semplice si possa immaginare: uno scrittore in crisi e la sua giovane moglie abitano in una grande villa isolata dal resto del mondo. Gli equilibri sembrano rompersi nel momento in cui uno sconosciuto piomba improvvisamente in casa loro, affermando di essere un ammiratore dell’uomo e di essersi smarrito. Nulla di strano fin qui, se non fosse per il fatto che, il mattino seguente, anche la moglie dello sconosciuto farà irruzione in casa, seguita a ruota dai due figli, uno dei quali resterà ucciso in seguito ad un furioso litigio con il fratello. Inutile dire che per la moglie del sopracitato scrittore, da questo momento in avanti avrà inizio un vero e proprio incubo, da cui sembra impossibile uscire.
Al di là dell’estetica (fotografia sempre perfetta, magnetica, con immagini vivide e colori accesi – ulteriore conferma della maestria di Aronofsky – unita ad una regia che denota grande padronanza degli spazi e fa sì che lo spettatore, una volta entrato nella casa dei protagonisti, ci si perda letteralmente), al di là della bravura degli interpreti (particolarmente giusti nelle loro parti Javier Bardem, nel ruolo dello scrittore, e Jennifer Lawrence, nel ruolo di sua moglie, anche se entrambi difficilmente riescono ad eguagliare un’algida e spietata – ma sempre bellissima – Michelle Pfeiffer, nel ruolo della moglie dello sconosciuto), bisogna riconoscere che questo importante lavoro del cineasta americano, di fatto, non è che una grande metafora della società odierna, di come gli esseri umani siano soliti (mal)trattare il nostro pianeta e di come abbiano un continuo bisogno di qualcosa o di qualcuno da idolatrare, spaesati come sono all’interno di un mondo dove non sembra esservi più alcun valore. Una storia universale, dove i protagonisti volutamente non hanno nomi propri, ma stanno a rappresentare qualcosa di ben più grande: la giovane moglie dello scrittore, la madre a cui il titolo stesso si riferisce non è altri, dunque, che il nostro stesso pianeta, da cui tutti siamo abituati a prendere e che continua a dare, dare e ancora dare, ma che, inevitabilmente, finirà per arrivare al limite. Lo scrittore, dal canto suo, sembra tanto ricordarci Dio, o chi per lui, punto di riferimento di cui c’è tanto bisogno. A tal proposito, non sfuggirà allo spettatore più attento anche una (non troppo) velata ironia – ed autoironia – riguardante l’egocentrismo dell’artista stesso, con tanto di frecciatina nei confronti dei critici (da notare, a tal proposito, la battuta pronunciata dall’uomo al telefono con la sua agente: “Niente stampa. Sai cosa ne penso di loro”).
Una storia semplice, sì, ma che continua e continuerà a ripetersi all’infinito (esemplare, a tal proposito, la forma a pianta circolare della stessa villa dei protagonisti, oltre alla successione quasi in loop degli eventi). In poche parole, una storia che denota l’incapacità dell’uomo di imparare dai propri errori e di avere cura di ciò che lo circonda.
Letto in questo modo, dunque, Madre! risulta perfettamente in linea con la maggior parte dei lungometraggi presentati in contemporanea al Lido: le disperate condizioni dell’ecosistema e l’insensibilità di una società che sembra non aver imparato nulla dal passato sono, di fatto, i leit motiv della 74° Mostra. A differenza di molti altri prodotti, però, questo ultimo lavoro di Aronofsky – seppur, purtroppo, con minore mordente rispetto a lungometraggi come il recente Il cigno nero o il meno noto, ma bellissimo, π – Il teorema del delirio – ha dalla sua il fatto di evitare inutili retoriche ed urticanti moralismi, collocando i temi in questioni in un contesto horror parecchio nelle corde dell’autore stesso. Cosa, questa, per nulla scontata.

Marina Pavido

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