Monte

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9.0 Awesome
  • voto 9

E luce fu!    

La vita. La morte. Una sorta di non-luogo da cui tutti sembrano fuggire. Una famiglia spezzata. Una lunga lotta per la sopravvivenza. Tutto questo è presente in Monte, ultima fatica del cineasta iraniano Amir Naderi, Fuori Concorso alla 73° Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia. Ambientato in Italia, precisamente in un piccolo villaggio sulle pendici delle Dolomiti, per stile e tematiche il lungometraggio rappresenta quasi una summa di tutta la cinematografia di Naderi, classificandosi come un’opera semplice e complessa allo stesso tempo.
Siamo in epoca medievale. Agostino e sua moglie Nina vivono – insieme al figlio Giovanni – in un piccolo villaggio pedemontano, dove – proprio a causa del monte su cui è situato – non arriva mai la luce del sole. Chiunque abbia vissuto lì ha avuto vita breve oppure è stato costretto a fuggire. Nina ed Agostino, però, hanno appena seppellito la figlioletta Sara e la donna non vuole allontanarsi dalla tomba della bambina. Essi sono gli unici abitanti rimasti.
Forte è l’impatto visivo fin dalla prima inquadratura, in cui viene mostrata l’abitazione dei protagonisti con il monte che si staglia sullo sfondo ed una fotografia con colori freddi e fortemente contrastati. Così forte da farci capire immediatamente che ci troviamo di fronte a puro cinema: a poco servono i dialoghi, a cui Naderi fa ricorso soltanto in caso di estrema necessità. Tutto viene comunicato quasi esclusivamente per immagini. Alle numerose panoramiche, ai campi lunghi, ma anche a primi piani di mani sporche di terra e volti rigati di lacrime il compito di raccontare il tutto. Ed ecco che, fin dai primi minuti, entriamo a far parte delle vite dei protagonisti e quel senso di angoscia, di impotenza, di claustrofobia che fin da subito ci viene trasmesso, resta dentro di noi per tutta la durata del film, in un crescendo emotivo che diviene quasi insostenibile, fino all’agognata liberazione finale.
E la sfida, tema costante nelle opere del regista, anche in quest’ultima opera è di centrale importanza: riuscirà l’uomo ad avere la meglio sulla natura quando la natura stessa sembra non dargli scampo? Fino a che punto può spingersi l’essere umano? La risposta sta negli ultimi minuti del film, quando Agostino e suo figlio Giovanni si accaniscono per anni – fino ad invecchiare – contro quel monte che ha tolto loro la vita stessa. Immagini forti che raggiungono il climax quando vediamo la montagna finalmente sgretolarsi, con le inquadrature che si fanno più strette sui protagonisti, insieme ad un azzeccato slow motion.
Naderi, anche questa volta, ha dato prova di grande talento con un’opera che può essere definita monumentale, le cui immagini fanno quasi male per la loro bellezza e la loro potenza. Immagini che, però, non ci mostrano soltanto la natura, ma anche diversi spaccati di una cittadina medievale, con i suoi abitanti, le sue superstizioni e, infine, il suo forte credo religioso. Memorabile – a questo proposito – la scena in cui Agostino, sentendo di essere stato completamente abbandonato, non riesce a guardare – una volta entrato in chiesa – in direzione dell’immagine della Madonna, per poi spegnere con rabbia uno dei ceri accesi sotto al crocifisso.
Un piccolo miracolo al Lido. Una storia semplice, ma attuale in qualsiasi contesto la si voglia collocare. Proprio come accade in alcuni dei grandi capolavori della storia del cinema. E se la definizione di capolavoro – di cui, spesso e volentieri, si fa un uso spropositato – non è del tutto adatta a questo ultimo lungometraggio di Naderi, difficilmente potrà essere associata – nell’ambito della produzione contemporanea – a qualche altra pellicola. Soprattutto in un’epoca come la nostra, in cui, ormai, in campo cinematografico, è stato creato quasi di tutto. Quasi, però.

Marina Pavido

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