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Monkey Man

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VOTO: 7.5

Solo Dio perdona

Correva l’anno 2008 quando con la sua straordinaria e toccante interpretazione nel ruolo dello Jamal adulto in The Millionaire entrava nel cuore del pubblico, raggiungendo la popolarità a livello mondiale. Da quel momento in poi, Dev Patel si è costruito una solida carriera da attore attraverso una filmografia variegata e ricca di performance degne di nota, come ad esempio quella in Lion – La strada verso casa che gli è valsa una candidatura agli Oscar e la vittoria ai BAFTA come miglior attore non protagonista nel 2017. Ora con un bel po’ di esperienze alle spalle maturate sul grande e piccolo schermo, Patel ha voluto passare dietro la macchina da presa firmando quello che è il suo primo film da regista dal titolo Monkey Man. Un esordio, questo, che si rivelato un vero e proprio battesimo di fuoco, per non dire un’odissea, se si pensa alle non poche difficoltà da lui incontrate e affrontate nel corso della fase preparatoria e delle riprese, tra incidenti sul set e problematiche logistiche e produttive di varia natura che ne hanno seriamente messo in discussione il completamento. Per fortuna la determinazione dell’autore, che ha dimostrato un pelo sullo stomaco e una tenuta psicologica fuori dal comune, ha permesso alla nave di superare indenne le condizioni avverse e le innumerevoli tempeste incontrate lungo la rotta arrivando sana e salva in porto. In quali condizioni il carico filmico sia arrivato a destinazione lo si potrà vedere a partire dal 4 aprile 2024, data scelta dalla Universal Pictures per la distribuzione nelle sale nostrane dopo la buona accoglienza ricevuta lo scorso marzo in occasione dell’anteprima mondiale all’ultima edizione del South by Southwest Festival, in quel di Austin.
Scritto a sei mani dallo stesso Patel con Paul Angunawela e John Collee, Monkey Man ci porta in India, paese di origine dell’attore londinese, al seguito di Kid, un giovane ex-galeotto che si batte sul ring di un circuito di scommesse clandestine gestite dal sudafricano Tiger. Ha origini rurali e indossa una maschera di scimmia, ispirandosi alla divinità Hanuman. Ma il suo vero obiettivo però non è farsi strada come lottatore, bensì vendicare la morte della madre, uccisa in un raid contro la comunità dov’è cresciuto. Dietro questo crimine c’è una speculazione edilizia portata avanti da persone avide e senza scrupoli ai danni della povera gente e degli indifesi. Siamo infatti in un’India di oscene disparità sociali, schiacciata e fagocitata dalla brutalità di un potere totalmente corrotto. Ed è contro di essa che si abbatterà la rabbia per anni repressa di Kid che, dopo avere scoperto un modo per infiltrarsi nell’enclave della sinistra élite della città, darà vita a un’esplosiva ondata di vendetta per regolare i conti con gli uomini che gli hanno tolto tutto, diventando anche il leader mascherato e giustiziere della notte di tutti coloro che come lui sono stati sistematicamente vittimizzati.
Mentre il suo trauma infantile ribolle, le mani misteriosamente sfregiate del protagonista innescano così una furia cieca che non risparmia niente e nessuno, dando vita a un percorso di vendetta che non contempla né la pietà tantomeno il perdono. Un percorso, questo, che si consuma tra spargimenti di sangue, arti spezzati, mutilazioni, ossa rotte, corpi crivellati e morti ammazzati lasciati lungo il cammino, che altro non sono che gli ingredienti di un revenge-movie narrativamente classico e violentemente spinto all’estremo. In tal senso per il suo Monkey Man, Patel, che nel film indossa anche i panni del protagonista, strizza l’occhio al filone sudcoreano, che quando si tratta di vendetta e vendicatori non è davvero secondo a nessuno con la mente che torna alla celebre trilogia di Park Chan-wook piuttosto che a City of Violence di Ryoo Seung-wan, tanto per fare qualche nome. Insomma niente di particolare da dichiarare per quanto concerne il filone sul fronte del plot, se non il fatto che siamo in India e che vengono chiamate in causa la leggenda di Hanuman e la spinosissima questione delle drammatiche conseguenze legate alle faide religiose, alle quali poi se vanno ad aggiungere altre più comuni come le disparità sociali, la corruzione a vari livelli, le lotte di potere, le problematiche ambientali e le speculazioni edilizie. Tutto questo magma di tematiche dal peso specifico rilevate che scorre nel tessuto narrativo si va a riversare come lava incandescente sullo schermo, ma con moltissimo disequilibrio in termini di dosaggio, tant’è vero che alcuni di essi vengono approfonditi meglio di altri, lasciando ai restanti pochissimo spazio. È questa sovrapposizione caratterizzata da un’abbondanza di argomentazioni importanti che finiscono per il fagocitarsi e depotenzializzarsi a vicenda il tallone d’Achille di un’opera prima animata però da spirito di iniziativa e buonissime intenzioni. Ma il troppo come si sa può anche rivelarsi un’arma a doppio taglio.
Ciò che resta è un film per gli amanti dei piaceri forti, quelli che non distolgono lo sguardo davanti al primo schizzo di sangue, anche perché quest’ultimo inonderà lo schermo, andandosi a impastare con le luci al neon, le fiamme, i colori acidi e le fosforescenze che squarciano l’oscurità della fotografia di Sharone Meir. Con questa tavolozza che ricorda lo stile di Paolo Carnera da una parte e quello dei film di Nicolas Winding Refn e Hou Hsiao-hsien dall’altra, il regista e il DOP dipingono scenari marci e malati di un’umanità in avanzato stato di decomposizione. In questa cloaca infetta si consuma la vendetta del protagonista che dovrà vedersela al contempo con i propri spettri interiori e con una schiera di spregevoli e spietati avversari del presente e soprattutto del passato. Ed è come tutto ciò prende forma e sostanza attraverso una confezione spettacolare e adrenalinica ad alzare l’asticella qualitativa e la temperatura emotiva dell’operazione. L’azione incessante è non a caso il motore portante e la marcia in più di Monkey Man, che proprio sul piano marziale, coreografico e balistico ha tanto da dire e mostrare, almeno quanto a suo tempo aveva saputo offrire alle platee il gallese Gareth Evans di Merantau e dei capitoli di The Raid o più di recente la saga di John Wick. I soli 40 e passa minuti di combattimenti e inseguimenti dentro e fuori dall’albergo collocati sulla timeline poco più avanti dell’inizio e al momento della resa dei conti finale valgono il prezzo del biglietto. Vedere per credere.

Francesco Del Grosso

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