Molly Bloom

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6.5 Awesome
  • voto 6.5

Mentre lui dorme, lei fa cose e pensa a gente

È notte fonda e Molly nel suo letto non dorme. Accanto al suo viso i piedi nudi del marito Leopold che si è addormentato vestito a testa in giù. La voce di Molly, il suo spirito irriverente, tragico e infantile ci conduce in un viaggio all’interno della sua vita, i personaggi che la abitano, vivi o immaginari. Il tempo presente si intreccia allora con il passato che ritorna e un futuro che le regala ciò che sente di avere perduto, per sempre.
Se dopo aver letto la sinossi di Molly Bloom di Chiara Caselli, presentato in anteprima nel fuori concorso della sezione Orizzonti della 73esima Mostra Internazionale D’Arte Cinematografica di Venezia, la vostra mente dovesse per qualche ragione iniziare a vagare in cerca di assonanze letterarie, potete stare assolutamente tranquilli, poiché quelle che potrebbero apparire come delle sensazioni di dejà vu sono invece, a tutti gli effetti, il frutto di una serie di corrispondenze. Si perché il cortometraggio scritto, diretto e interpretato dall’attrice bolognese, qui alla terza prova dietro la macchina da presa, la seconda sulla breve distanza dopo Per sempre (1999) alla quale segue quella sulla lunga dal titolo L’isola (2005), prende forma e sostanza dalle pagine di uno dei romanzi più importanti della letteratura del XX secolo, considerato a parere di moltissimi come una delle pietre miliari nella genesi del romanzo moderno, ossia l’Ulisse di James Joyce.
Del resto, il primo e inequivocabile indizio che porta diritto al romanzo firmato dallo scrittore, poeta e drammaturgo irlandese nel lontano 1922, è rappresentato dai nomi dei protagonisti: Leopold lui e Molly lei. C’è poi l’ambientazione, una camera da letto che richiama ai primi del Novecento, ai quali si vanno ad aggiungere elementi di arredo e capi d’abbigliamento che riportano al medesimo periodo. Senza dimenticare le situazioni e le dinamiche che alimentano da una parte gli ultimi capitoli del libro e dall’altra l’intero script del cortometraggio della Caselli, legati in maniera evidente e indissolubile da un doppio filo drammaturgico e stilistico. Ed è proprio quest’ultimo, lo stile adottato nello script di questa breve trasposizione cinematografica a rappresentare l’ultimo tassello mancante utile a completarne l’identikit. Nello short così come in molte parti del racconto al centro del romanzo si procede secondo quella particolare tecnica di scrittura chiamata “flusso di coscienza”, in cui i pensieri del protagonista scorrono senza punteggiatura, per definire la contemporaneità e l’intricato procedimento cognitivo che sottostà ai processi mentali dell’io narrante. Con parole povere e più facilmente comprensibili, la Caselli si affida per l’intera durata della timeline a un susseguirsi di monologhi interiori, simili a flussi liberi e senza freni, alcuni dei quali destinati a implodere dal ventre della protagonista da lei stessa interpretata, andando a squarciare il silenzio della camera da letto che ospita la donna e il marito fedifrago.
Insomma, non ci sono e non ci possono essere più dubbi su quale sia la vera matrice letteraria dalla quale la Caselli ha deciso di attingere per questa nuova esperienza da regista. Quella matrice è l’Ulisse di Joyce, senza se e senza ma. Allo stesso tempo bisogna però fare una precisazione per evitare di dare una chiave di lettura e una visione sbagliata del progetto. Il titolo è già di per sé una lettera d’intenti dell’autrice che ci viene in soccorso, con la scelta di chiamare il corto con il nome del celebre personaggio femminile del romanzo, che qui diventa protagonista a tutti gli effetti e il cuore pulsante del plot, rilegando di conseguenza Leopold Bloom a figura posizionata sullo sfondo. Tutto ruota e si dipana in funzione di Molly. Di fatto, in Molly Bloom si vanno a riversare in otto lunghi periodi senza punteggiatura, che sintetizzano i pensieri di Molly Bloom. Qui, attraverso il flusso della coscienza femminile, vengono ridimensionate e profondamente radicate nella terrena esperienza matriarcale, le deviazioni sensuali e la disperata ricerca di emozioni sopite o imprigionate, a cominciare dalle pulsioni sessuali e dal desiderio irrefrenabile di abbandonarsi ai piaceri della carne. Carne, che insieme alla pelle, sono il motore portante della scrittura e della sua messa in quadro. Molly Bloom è un film che mette al centro di tutto il peso delle parole, ma soprattutto la materialità dei corpi attraverso un valzer di sottile e sofisticato erotismo che richiama il Tinto Brass de La chiave o il Peter Strickland di The Duke of Burgundy. Ciò si evince dal modo in cui la Caselli mette in scena i corpi stessi e come li esplora con la macchina da presa, il più delle volte attaccata ai personaggi, tanto vicino da scivolargli lentamente sull’epidermide, accarezzandoli con dei lenti movimenti che disegnano linee sinuose sino a posizionarsi sui dettagli. Ne viene fuori una confezione elegante, estremamente curata (il percorso extra-attoriale e l’esperienza parallela da fotografa della Caselli si vede tutta), che gioca con i contrasti fotografici e le focali per restituire i diversi piani narrativi: la realtà, l’immaginazione, la proiezione, il ricordo, l’allucinazione e il sogno. Questi piani si incastrano e si intrecciano in maniera armoniosa, in un “puzzle audiovisivo” di una ventina di minuti circa, dove purtroppo è anche facile perdersi. Da una parte, infatti, la regista è bravissima a dare una forma e una concretezza cinematografica a una materia letteraria incandescente e liquida come quella che ribolle nel romanzo di Joyce, non a caso considerato un libro di difficile lettura. Il fatto di averne tratto un film, seppur breve, è a nostro avviso un atto di coraggio meritevole di essere sottolineato, ma anche un autentico harakiri. In tal senso, quale mercato potrà avere, se di mercato si può parlare nel caso del cortometraggio, un prodotto simile, per di più con una drammaturgia tanto ostica? Ma alla fine è il pubblico a decidere e magari la Caselli avrà avuto ragione nel provarci. Noi staremo alla finestra a osservarne il cammino dentro e fuori dal circuito festivaliero, per poi tirare le somme con il passare del tempo.

Francesco Del Grosso

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