Mission: Impossible – Fallout

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7.0 Awesome
  • voto 7

Tutto scorre, tutto torna

Non è un mistero che, per i nostalgici appassionati del buon vecchio genere spionistico, quelli che corrono siano tempi piuttosto grami. Con James Bond in quasi contumacia, presente nelle sale a singhiozzo temporale anche a causa di incertezze produttive sul nuovo corso da intraprendere (in primis l’incertezza sul nome del futuro regista, oltre il reiterato punto interrogativo su chi sarà il protagonista, dopo la rinuncia più volte annunciata da Daniel Craig), ecco che il nobilissimo spy-movie pare stia conoscendo un irreversibile processo di contaminazione con altri generi, fumetto e commedia innanzitutto, che ne stanno facendo una sorta di meticcio cinematografico, come testimonia, ad esempio, la saga già di culto dei Kingsman griffata Matthew Vaughn.
Si è dunque aperta una sorta di zona franca, sia “sentimentale” che commerciale, in cui ha saputo inserirsi con una certa destrezza il sesto episodio della saga di Mission: Impossibile; cioè Mission: Impossibile – Fallout, sempre diretto da quel Christopher McQuarrie ormai da tempo dichiarato ufficialmente regista di fiducia di Tom Cruise, il solo autentico deus ex machina di ogni ricomparsa su grande schermo dell’agente Ethan Hunt. La storia del resto è nota: dopo i primi due capitoli – diretti rispettivamente da autori del calibro di Brian DePalma e John Woo – la saga è approdata verso i lidi di una “aurea mediocritas” fortemente voluta e benedetta dallo stesso Tom Cruise, capace senz’altro di alzare l’asticella spettacolare trascurando volutamente qualsiasi impronta autoriale che possa definirsi tale. Letto in questa chiave Fallout – la seconda parte del titolo costituisce già un preciso indizio sul canovaccio narrativo, riferendosi al materiale nucleare di ricaduta a seguito di esplosione atomica – rappresenta un’operazione in riuscito equilibrio tra intrattenimento spettacolare e inclinazione retrò, a partire da una fotografia (opera di Rob Hardy) che pare presa di peso dal cinema degli anni settanta-ottanta e trapiantata ai giorni nostri. Senza ovviamente tralasciare un intreccio diegetico di contorno – il nucleo vede come accennato un olocausto nucleare su larga scala ordito dal consueto terrorista anarchico Solomon Lane, già villain nel precedente Rogue Nation – in cui diversi personaggi agiscono in maniera a dir poco ambigua. Di contro abbiamo le certezze dell’inossidabile squadra composta da Hunt, Luther Stickell (Ving Rhames) e Benji Dunn (l’impagabile Simon Pegg), i quali accentuano una tendenza sul tempo che passa, peraltro già ben visibile nell’appena menzionato Rogue Nation, che li rende in qualche modo più vulnerabili agli occhi del nemico. Un fattore, quest’ultimo, che rende la visione di Fallout maggiormente ricca di empatia spettatoriale rispetto agli ultimi episodi della saga. A tutto ciò va aggiunto una tasso di spettacolarità più elevato della media, grazie anche ad una parte finale, con relativo duello di elicotteri in volo, davvero da cuore in gola, nonché capace di far scattare l’applauso anche da parte dei detrattori di Tom Cruise e del genere di riferimento.
Capitolo a parte meritano poi i personaggi femminili presenti nel film. A partire dalla straordinaria Ilsa Faust ancora interpretata dall’efficacissima Rebecca Ferguson. Gran parte della modernità di Fallout risiede proprio nella complessità con cui lo sceneggiatore McQuarrie – che nasce tale: ricordate I soliti sospetti (1995) di Bryan Singer? – tratta il composito universo muliebre nei tempi di #metoo. A dimostrazione di una missione – quella di decentrare i ruoli principali dalla vetusta declinazione maschile a quella femminile – tutt’altro che impossibile. Tanti buoni motivi, allora, per definire Mission: Impossible – Fallout non certo il miglior film della saga, ma di sicuro tra quelli meno scontati. Perlomeno in quei dettagli che sempre più spesso finiscono con il tracciare la differenza tra un prodotto d’intrattenimento di routine ed un altro di differente, ben più alto, profilo. Categoria alla quale riteniamo debba appartenere di diritto questo Mission: Impossible – Fallout, decisamente da posizionare un gradino più su del predecessore in un’ipotetica scala qualitativa.

Daniele De Angelis

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