Milano Film Festival 2016: presentazione

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Cambio di direzione

Nella vita bisogna avere anche il coraggio di cambiare, perché non sempre rimanere ostinatamente ancorati al passato, alle tradizioni e alle proprie convinzioni, serve a guadagnarsi la sopravvivenza e a mantenere inalterata la posizione conquistata negli anni. Certo i saggi sono sempre lì a ricordarci che “chi lascia la strada vecchia per quella nuova, sa quello che lascia ma non sa quello che trova”, tuttavia c’è anche chi è abbastanza intelligente da capire che a volte cambiare rotta è utile e fondamentale, perché indipendentemente dalla nostra volontà le stagioni mutano e allo stesso modo anche le situazioni nelle quali viviamo e lavoriamo. Cambiare non significa necessariamente rinnegare, dimenticare o cancellare quanto e cosa si è fatto, a maggior ragione se si hanno vent’anni di onorato servizio alle spalle, come nel caso del Milano Film Festival.
Per la kermesse meneghina, la ventunesima edizione che sta per prendere il via l’8 settembre, non è un nuovo inizio, piuttosto un cambio di direzione e di pelle, un rinnovamento di immagine e di look, mantenendo però gli obiettivi fissati un ventennio fa, in primis quello di voler continuare ad essere una piattaforma internazionale per il cinema e le storie indipendenti. Una vetrina e allo stesso tempo un avamposto. E questo processo di rinnovamento deve passare giocoforza per una serie di scelte, alcune delle quali drastiche e sofferte, a cominciare dal cambio di location e dall’inserimento nell’offerta generale del palinsesto di nuove proposte in termini di eventi e di tipologie di film selezionati. In tal senso, salta subito all’occhio il trasloco del centro nevralgico della manifestazione dalla cornice storica del Teatro Strehler al BASE Milano di Via Bergognone, che ospiterà proiezioni ed eventi, al quale si vanno ad aggiungere altri presidi: l’Archiproducts Milano, il MUDEC (Museo delle Culture), il MI MAT nella Cineteca San Carlo e lo Spazio Oberdan – Sala Alda Merini. Una topografia plurima e dislocata a macchia d’olio, questa, dove vivere una dieci giorni del festival (8- 18 settembre 2016) che presenta al pubblico una line up ricca di opere audiovisive e di appuntamenti off screen, tra incontri, dibattiti, workshop e dj set.
A caldo ci viene da sottolineare – per diritto di cronaca – una mezza dozzina di cose che non ci convincono, almeno in partenza: in primis la scelta di abolire gli abbonamenti a favore dell’introduzione delle card, anche per i rappresentanti dei mezzi di informazione che decideranno di dare spazio al festival, offrendo un servizio a una manifestazione che chiede loro di contribuire con l’acquisto dei biglietti, anche se a costi vantaggiosi. E poi c’è lo spostamento di sede che, insieme al posizionamento in calendario poco lungimirante della dieci giorni milanese (mediaticamente parlando l’attenzione della stampa specializzata sarà ancora rivolta alla 73esima Mostra Internazionale D’Arte Cinematografica di Venezia) e alla pubblicazione ritardataria della line up (che non permette di fatto agli spettatori di potersi organizzare), ci sembrano le cose meno convincenti, al contrario di una programmazione che, almeno sulla carta, appare eterogenea e potenzialmente generosa in quanto a sorprese. Attenzione, questa non vuole essere una polemica, anche perché le polemiche non appartengono al Dna di Cineclandestino e di chi lo rappresenta (i nostri lettori lo sanno), ma semplicemente delle riflessioni a voce alta, che speriamo di potere smentire quando calerà il sipario su questa 21esima edizione, perché poi è la qualità dei film presentati a decretare il successo oppure no di un festival. Per cui lasciamo che siano proprio loro a fornirci una risposta.
Detto questo, andiamo a esplorarne le varie sezioni competitive e non con una veloce carrellata. Partiamo dai lungometraggi del concorso internazionale, che quest’anno vedrà nove titoli in anteprima italiana contendersi i vari riconoscimenti assegnati dalla giuria composta da Rebecca De Pas, Bruno Di Marino e Philippe Grandrieux. Il compito di aprire le danze spetta a Gulîstan, terre de roses di Zaynê Akyol, intimo ritratto delle guerrigliere curde del PKK, seguito a ruota da tre espressioni diametralmente opposte del modo di fare cinema di genere: Under the Shadow di Babak Anvari, thriller dall’Iran post-rivoluzione culturale; il musical The Lure di Agnieszka Smoczyńska, rilettura eros-horror-fiabesca de “La Sirenetta”; e la black comedy Radio Dreams di Babak Jalali, incontro immaginario tra Oriente e Occidente grazie ai Metallica. Su binari decisamente più classici, ma ugualmente capaci di significativi e originali approcci narrativi e visivi, viaggiano le restanti opere selezionate: il romanzo di formazione cambogiano Diamond Island di Davy Chou, il mitologico Mimosas di Olivier Laxe, il rocambolesco Jacqueline di Bernardo Britto, oltre agli spassosi Baden Baden di Rachel Lang e Victoria di Justine Triet.
Mentre per quanto concerne la produzione breve, la selezione di cortometraggi in concorso presenta lavori provenienti da tutto il mondo, diretti da registi rigorosamente Under 40, che portano sugli schermi milanesi un corpus che, nella sua interezza, sarà in grado di restituire la fotografia di quali nuove strade ha deciso di intraprendere il cinema. Il pubblico si troverà a misurarsi con una cinquantina circa di pellicole, l’una diversa dall’altra per stile, scrittura e genere, tra cui: il mistery Flowers and Bottoms del greco Christos Massalas, il dramma franco-belga sulla tragedia dei migranti di Ronny Trocker dal titolo Estate e il mockumentary animato britannico Things Used to Be Hidden sulla consapevolezza del sé di Tara Mercedes Wood. Questi sono solo un piccolo assaggio.
Non è da meno il fuori concorso, che quest’anno prevede una copiosa manciata di sezioni di grande interesse, come da esempio Under Screen, la mini rassegna nata nell’ambito della XXI edizione de La Triennale di Milano, per mostrare l’emergere di nuovi modi di linguaggio. Al suo interno sarà possibile porre lo sguardo su quel cinema che gioca con se stesso e il suo immaginario: da Charlie Lyne che in Fear Itself crea una storia della paura attraverso frammenti di suspense ai montaggi del filmmaker Davide Rapp che in Remake & Match attraversa il rapporto cinema-architettura, oppure i loop dell’artista turco Erdal Inci in The Clones Project creati in rapide GIF (Graphic Interchange Format). O ancora, un cinema che nasce da altro cinema, anche perché sempre disponibile in rete. Sul possibile, presente e futuro dell’era dell’immateriale ecco lo sguardo del maestro Werner Herzog nel documentario Lo and Behold: Reveries of the Connected World. Senza dimenticare, infine, chi mette in crisi i modi della rappresentazione: dal soggetto che si rivolta alla camera per raccontarsi, in Solar di Manuel Abramovich, a quello che si trasforma nel regista della sua vita in Les sauteurs di Moritz Sibert ed Estephan Wagner che svelano il limbo di quanti cercano di entrare in Europa attraverso le riprese del malese Abou Bakar Sidibé.
Seguono gli eventi speciali, alcuni dei quali da non farsi sfuggire. Ci riferiamo in particolare a una serie di opere che hanno già fatto parlare di sé nel circuito festivaliero internazionale e non solo, oppure altre che sono delle autentiche chicche come Film di Alan Schneider del 1965 (riproposto in una copia digitale restaurata), vero oggetto di culto tra i cinefili, perché è l’unico cortometraggio scritto da Samuel Beckett. Sempre tra gli eventi speciali da non perdere consigliamo: The Banksy Job, opera prima di Ian Roderick Gray e Dylan Harvey, in cui l’artista AK47 ruba un’opera del celebre e invisibile street artist per ricattarlo; I Am Your Father di Toni Bestard e Marcos Cabotá che ci guida in un episodio oscuro di Star Wars, vale a dire la vicenda di David Prowse, il Darth Vader nella prima trilogia, sostituito per il primo piano che gli avrebbe dato gloria; e Gimme Danger, ossia i The Stooges secondo Jim Jarmusch, in una lettera d’amore dedicata ad uno dei gruppi protagonisti della scena rock mondiale.
Per gli amanti dei sapori forti e delle ore piccole c’è invece la neonata sezione, anch’essa non competitiva, battezzata Pleasure & Pain, nella quale trovano spazio quattro pellicole dove il piacere si fonde con il dolore, l’erotismo dialoga col sangue, la provocazione è melliflua come la poesia. È così che il sangre e il sexo estremi di Tenemos la carne possono incontrarsi con il diabolico viaggio iniziatico all’insegna della “dolce morte” compiuto dalla protagonista di The VVitch. È così che la follia di The Greasy Strangler ci delizia con la stessa propensione all’assurdo e al cattivo gusto del cinema di John Waters. Ed è proprio il geniale enfant terrible della new wave americana anni ’70, e la versione restaurata del suo Multiple Maniacs, a chiudere questo delirante viaggio in quattro tappe al termine della notte.
Le stesse sensazioni di paura e terrore le hanno vissute sulla propria pelle anche i protagonisti dei titoli della sezione Colpe di Stato, ma a differenza di quelle che hanno attraversato i corpi dei personaggi dei film di Pleasure & Pain, queste sono purtroppo vere e non figlio dell’immaginazione di qualche sceneggiatore. Il fil rouge della selezione è il tema della ridefinizione del concetto di confine, simbolico e fisico, un tema che scorre in maniera diversa tra le venature di opere come: The Lovers and the Despot, thriller politico e storia di un amore ritrovato firmato dai britannici Ross Adam e Rob Cannan, in cui nulla di quello che scorre sullo schermo è frutto di fantasia; Shadow World di Johan Grimonprez, potentissima inchiesta sul commercio internazionale di armi e sulle devastanti ripercussioni sull’ordine politico ed economico a livello globale; o il tesissimo Tower di Keith Maitland, sulla presa di ostaggi e sul massacro compiuto da un cecchino l’1 agosto del 1966 nel il campus dell’Università del Texas.
E dulcis in fundo, non mancheranno gli omaggi a coloro che hanno fatto dell’indipendenza la propria bandiera e uno di questi ci teniamo davvero a citarlo, ossia quello rivolto al compianto Andrzej Zulawski, uno dei più grandi visionari e sovversivi cineasti degli ultimi quarant’anni, al quale il Festival del Cinema Europeo di Lecce ha già reso il giusto tributo nella passata edizione con una retrospettiva completa dei suoi lavori. Al regista polacco, scomparso il 17 febbraio scorso all’età di 75 anni, rappresentante di un cinema libero, insofferente alle costrizioni (produttive, di censura, politiche), sempre coerente con se stesso e con la sua poetica, gli organizzatori del festival milanese hanno deciso di rivolgere un ricordo, proponendo al pubblico meneghino un poker di pellicole da lui dirette, compreso Cosmos (2015), il suo film-testamento, tratto dall’opera impossibile di Witold Gombrowicz, con cui Żuławski è tornato a far parlare di sé dopo ben quindici anni di ritiro forzato dal cinema e, quasi beffardamente, pochi mesi prima di morire, ha suscitato più critiche che elogi. Il festival milanese rende omaggio anche al cineasta catalano Albert Serra, reduce dalla presentazione in quel di Cannes 2016 della sua ultima fatica dietro la macchina da presa sull’agonia di Re Sole, ossia La mort de Louis XIV, che il pubblico nostrano potrà vedere insieme ad altre sue pellicole come Honor de cavallería (2006) o Història de la meva mort (2013). Chiude il tris di omaggi quello a Philippe Grandrieux, una delle voci più originali e innovative del cinema francese contemporaneo, che sugli schermi milanesi accompagna i suoi quattro lungometraggi, compreso l’ultimo Malgré la nuit (2015), presentato in anteprima e ideale compendio della sua poetica.
Non ci resta che augurarvi buon festival, noi di Cineclandestino ci saremo per raccontarvelo in diretta con approfondimenti e recensioni.

Francesco Del Grosso

Riepilogo recensioni per sezione del 21esimo Milano Film Festival

Concorso

Gulistan, terre de roses di Zaynê Akyol

Under the Shadow di Babak Anvari

The Lure di Agnieszka Smoczyńska

Victoria di Justine Triet

Baden Baden di Rachel Lang

Eventi Speciali

Queen Kong di Monica Stambrini

Il più grande sogno di Michele Vannucci

Under Screen

Lo and Behold: Reveries of the Connected World di Werner Herzog

Colpe di Stato

Shadow World di Johan Grimonprez

Tower di Keith Maitland

Pleasure & Pain

The VVitch di Robert Eggers

Focus “Albert Serra”

La mort de Louis XIV di Albert Serra

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