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Milano calibro 9: le ore del destino

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VOTO: 8

Anatomia di un cult (e della sua colonna sonora)

La ricerca di un fil rouge legato alle passioni dell’autrice non è certo impresa ardua, nella filmografia di Deborah Farina. Con gli Osanna (e alcune parti di girato riguardanti proprio loro) a fare da ponte, la contiguità tematica (ma volendo anche stilistica) di Osannaples e del suo ultimo lavoro, Milano calibro 9: le ore del destino, appare ad esempio del tutto evidente. La sensazione, anzi, è che qualora queste due opere fossero equiparabili a un papiro, le si potrebbe occasionalmente srotolare sullo schermo, senza soluzione di continuità, per far sì che due storie in parte differenti si uniscano sul solco di un’unica, appassionata ricerca. Sono giusto iperboli, fantasie. Ma vogliono qui sottolineare la coerenza di un approccio documentario che scuote in profondità l’immaginario prescelto, creando rapporti simbiotici tra storie, immagini, commenti musicali, ricordi.

Proiettato in anteprima al Torino Film Festival, nel cinquantennale di Milano calibro 9 e in concomitanza con la presentazione del restauro di tale pellicola, Milano calibro 9: le ore del destino omaggia il cult movie girato da Fernando Di Leo nel 1972 in forma caleidoscopica, suggerendo allo spettatore un gran numero di tracce e di spunti interpretativi. La qual cosa può anche sorprendere, se si considera che rispetto al fluviale Osannaples quest’altro documentario risulta di gran lunga più concentrato nella durata.
Secco come uno sparo, fragoroso come un’esplosione, Milano calibro 9: le ore del destino non rinuncia per questo a una pluralità di punti di vista, affidati nelle interviste a testimoni diretti o esegeti d’eccezione. Ad esempio la ricognizione storica, che spazia dall’irrompere di Fernando Di Leo nel filone definito da molti “poliziottesco” a ciò che lo apparenta, comunque, agli esiti più elevati del noir americano e francese (da ascoltare con attenzione vi sono anche, per i palati cinefili più esigenti, alcune interviste di Melville montate nel film), viene qui affidata a uno specialista del genere come Davide Pulici. Altre voci si accavallano poi, attraverso interventi registrati per l’occasione o altri ripescati in archivio, per allargare ulteriormente gli orizzonti: Sergio Bruno e Luca Pallanch intervenuti proprio a proposito del restauro, Tarantino riproposto “in differita” da un suo celebre blitz veneziano, più una splendida Barbara Bouchet disposta a raccontare alcuni frizzanti aneddoti relativi a quel set.

Riportati alla luce alcuni aspetti importanti di Milano calibro 9 come quelli relativi a titoli di testa e didascalie interne, cui la regista ha tributato un sentito omaggio, Deborah Farina si è poi dedicata con dedizione particolare a uno degli aspetti visibilmente più amati del film: la colonna sonora. Qui è un continuo ping pong a distanza tra il compositore Luis Bacalov e Lino Vairetti degli Osanna ad alimentare la ricerca, a propiziare un’attenta ricostruzione di circostanze, impulsi creativi e contaminazioni varie, il cui rispecchiamento ideale è rappresentato (al pari di quanto avvenuto in Osannaples) dalle nuove, così coreografiche esibizioni musicali degli stessi Osanna, filmate dalla regista con uno stile ultra-pop; stile che affiora anche nelle brevi, toste, saettanti scene di finzione, montate assieme ai vecchi spezzoni della pellicola in modo tambureggiante, vorticoso, tale da far pulsare il materiale audiovisivo raccolto con spensierata euforia.

Stefano Coccia

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