Miami Beach

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3.0 Awesome
  • voto 3

Nuova spiaggia, stesso mare         

Cosa ci si aspetta dagli eredi di uno dei più prolifici e poliedrici autori della commedia italiana degli anni d’oro? Cosa ci si aspetta da una coppia di registi e sceneggiatori che, fin da bambini, hanno vissuto a stretto contatto con alcuni dei più grandi esponenti del cinema italiano? Di certo, siamo portati tutti ad aspettarci una spiccata predisposizione verso la creazione di commedie. E fin qui ci siamo. Così come possiamo immaginare una personale quanto trasversale fotografia di uno spaccato della società italiana, con tutti i suoi vizi, i suoi difetti, le sue abitudini. Ma ormai, da diversi anni a questa parte, dai fratelli Carlo ed Enrico Vanzina – figli del celebre autore Stefano Vanzina, in arte Steno – non ci aspettiamo solo questo. Se, infatti, da un lato possiamo dire che – non appena veniamo a sapere dell’imminente uscita in sala di un loro nuovo lavoro – siamo sicuri che si tratterà di una commedia, dall’altro lato è anche tristemente vero che tale commedia sarà sempre la stessa che, ormai, ci viene propinata da anni: un film corale che racconta le prevedibili storie di diverse famiglie benestanti – provenienti da varie zone d’Italia – che, incontrandosi per caso in località mondane e modaiole, saranno costrette a convivere con altri “ingombranti” nuclei famigliari, fino a trovare una sorte di equilibrio con essi. Il tutto condito da gag che non facevano ridere neanche ai tempi di Macario e da una serie di gratuite volgarità di ogni genere.
Questo è quello che, a partire da Vacanze di Natale – che, tutto sommato, rispetto a ciò che è venuto dopo, non era un lavoro del tutto malvagio – ci viene propinato regolarmente a cadenza annuale. Ed è anche il caso di Miami Beach, l’ultima fatica dei due fratelli cineasti. Vediamo perché.
Olivia e Giovanni – milanese snob lei, romano verace e chiassoso lui – si incontrano in aereo, quando entrambi stanno accompagnando i rispettivi figli – Luca e Valentina – a studiare a Miami. Inevitabili gli scontri, malgrado la simpatia che nascerà tra i due ragazzi. Giulia, avvenente diciassettenne, arriva, a sua volta, a Miami con un gruppo di amiche, al fine di assistere ad un concerto. Lorenzo, il padre di lei, la seguirà a sua insaputa, dal momento che avrebbero dovuto trascorrere insieme le vacanze estive in Bretagna. Infine, Filippo è un agente immobiliare italiano, immaturo e sciupafemmine, di cui la giovane Giulia si invaghirà a prima vista, facendogli credere di essere molto più grande di quello che è. Questo è tutto. E la conclusione del film, a questo punto, può essere facilmente immaginata.
Nonostante la prevedibilità del prodotto e la sua somiglianza a numerosi altri film del genere, Miami Beach dà tutta l’impressione di un lungometraggio creato, ormai, in modo quasi “meccanico”. Basta cambiare la location, scegliere un nome diverso per i personaggi stereotipati presenti in sceneggiatura, ingaggiare nuovi attori che li impersonino ed il gioco è fatto. Tale incuria, purtroppo, in questo caso si è manifestata anche dal punto di vista registico: movimenti di macchina eccessivamente semplici da risultare quasi raffazzonati, personaggi che discorrono in gruppo, ma tutti rivolti in modo innaturale verso la macchina da presa – quasi come se volessero parlare direttamente al pubblico – ed una direzione degli attori piuttosto discutibile, salvo per quanto riguarda le performances di grandi nomi quali Max Tortora, Paola Minaccioni, Ricky Memphis e Giampaolo Morelli. In poche parole, un prodotto trito e ritrito, insipido e ricco di stereotipi. Nel caso in cui dovesse venir voglia di vedere una commedia del genere, volendo però risparmiare i soldi del biglietto del cinema, non bisogna far altro che prendere un vecchio vhs o un vecchio dvd con uno dei lavori dei fratelli Vanzina, accendere il lettore ed il gioco è fatto.
Però una cosa è da dire: forse per l’ambiente parecchio stimolante in cui sono cresciuti, forse per l’inevitabile influenza del padre, Enrico e Carlo Vanzina – tutto sommato – si sono spesso distinti per lungometraggi che, a loro modo, hanno fatto epoca – quali, ad esempio, Sapore di mare o Eccezzziunale…veramente – dimostrando una certa onestà, oltre ad una profonda conoscenza del mezzo. Da questi loro lavori traspare la sostanza che sta alla base del loro operato e che, di fatto, li classifica un gradino al di sopra del loro collega Neri Parenti.

Marina Pavido

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