Memory House

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7.0 Awesome
  • voto 7

Bestie da macello

Se si è alla ricerca di un cinema politico nel senso più ampio del termine appare chiaro come, al giorno d’oggi, sia necessario puntare lo sguardo verso la cinematografia brasiliana. Autori come Kleber Mendonça Filho e Juliano Dornelles (tanto per citarne un paio. I due hanno diretto anche in coppia il notevolissimo Bacurau nel 2019) sono riusciti a declinare roventi tematiche sociali in opere capaci di radicarsi nella memoria cinefila collettiva. Ad essi si può aggiungere, buon ultimo, il giovane João Paulo Miranda Maria, il cui esordio Memory House (Casa de Antiguidades in originale) è stato selezionato per il Concorso del Torino Film Festival 2020. Un’opera prima comprensibilmente ancora imperfetta, ma di certo in grado di farsi notare sia per lucidità teorica che per capacità di messa in scena.
L’anziano Cristovam è un uomo del nord costretto all’emigrazione al sud del paese per motivi economici. Lavora da parecchi anni in un caseificio. In una zona a prevalenza bianca subisce maltrattamenti e discriminazioni. Nel prologo, tanto drammatico quanto irresistibilmente ironico sottotraccia, viene costretto ad accettare una decurtazione dello stipendio causa crisi poiché lui, “considerato uno di famiglia” è “nero, vecchio e vive solo, perciò non avrebbe alcuna possibilità di ricollocazione professionale“. Il neo-capitalismo dal volto umano, in grado di pugnalare ma indossando il guanto di velluto dell’ipocrisia. Non bastasse ciò politicanti senza scrupoli chiedono la sua firma per un referendum teso ad ottenere l’indipendenza della regione, laboriosa e florida dal punto di vista economico, rispetto al resto del paese. Come sappiamo bene noi italiani, situazioni che si ripetono in ogni angolo del globo. Nel frattempo la vena razzista continua ad accanirsi su di lui con Miranda Maria (anche sceneggiatore del film) ad equiparare, nemmeno troppo tra le righe, la ferocia umana verso animali domestici e di allevamento con i maltrattamenti subiti dal povero Cristovam. Inevitabile, per lui, il tempo di una ribellione furente e grottesca, dopo aver rinvenuto alcuni oggetti misteriosi in una casa abbandonata dove si stabilisce.
Memory House risulta un lungometraggio stimolante proprio per la sua mancanza di un equilibrio di fondo. Ad una prima parte ben ancorata ad un controllato realismo peraltro colmo di ironica amarezza, ne segue una seconda in cui i simbolismi si accumulano senza sosta, rischiando più volte di far deragliare l’opera in questione verso gli scivolosi territori della metafora troppo esplicita. A mantenere il film su binari coerenti è proprio la sua vis politica, espressa in modo assolutamente radicale: la metamorfosi di Cristovam da vittima designata di vari soprusi a sorta di messia vendicatore non lascia certamente indifferente lo spettatore. Memory House è dunque un’opera che racconta, ricorrendo spesso alla fantasia visionaria, l’importanza delle proprie radici in un mondo che da tempo segue solo coordinate esclusivamente di tipo economico. João Paulo Miranda Maria non ha paura di tuffarsi a capofitto in quelli che oggi vengono considerati degli autentici tabù visivi, tipo il mostrare una sequenza di sesso orale tra anziani o la tragica fine del povero cagnolino a tre zampe di Cristovam: anarchia e delicatezza formale non possono viaggiare di pari passo. Sarà per tale ragione che Memory House lascia, dopo aver assistito ad un epilogo comunque cruento nella sua vena da teatro dell’assurdo, una sensazione di amaro in bocca difficile da lasciare scomparire. Segno indiscutibile che il film ha raggiunto il proprio scopo.

Daniele De Angelis

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