Māori way of life: il cinema di Taika Waititi

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Dalla Nuova Zelanda ad Asgard

Da quella che rugbisticamente è la patria degli All Blacks esce periodicamente fuori, in campo cinematografico, qualche eccentrico talento. Tra tutti il nume tutelare resta ovviamente Peter Jackson. Ma come dimenticare Andrew Niccol o Jane Campion? Il destino dei più grandi registi neozelandesi sembrerebbe perciò quello di approdare a Hollywood, lasciando il segno anche lì. Tra coloro che sono riusciti a sfondare pure in America, vi è peraltro qualcuno che così lontano ci è arrivato coi ritmi tribali della Haka ancora nelle orecchie, forte cioè delle proprie origini Māori: il caso più eclatante resta in tal senso quello di Lee Tamahori, che si fece conoscere a livello internazionale con l’arrembante e per tanti versi identitario Once Were Warriors – Una volta erano guerrieri (1994).

Māoritanga. Questo è il termine col quale viene definita in loco la cultura Māori. E se in principio tale parola serviva ad identificare l’insieme di usi, costumi e credenze di questo antico popolo dell’Oceania, in tempi a noi più vicini si è attualizzato, cominciando ad indicare anche lo stile di vita di genti condizionate nel profondo da altri fattori, come il contatto coi neozelandesi di origine europea (Pākehā), la crescente urbanizzazione coi conseguenti, prevedibili squilibri sociali, ed infine lo sforzo attuato in talune comunità per mantenere vive le tradizioni.
Ecco, a ridosso di tale cornice antropologica un film come Once Were Warriors (accompagnato da relativo sequel, diretto dal carneade Ian Mune nel 1999 e di gran lunga meno incisivo) faceva emergere con strumenti cinematograficamente potenti tutto il disagio di una simile condizione, ben rappresentata all’interno di un tostissimo nucleo famigliare. Un po’ di Māoritanga è però presente anche nel cinema di Taika Waititi, astro nascente del cinema neozelandese (e non solo) di padre Māori, per l’appunto, con una madre neozelandese di discendenza ebraica/russa. Un bel crogiolo di culture, a ben vedere. Ma vi è un altro elemento che ha inciso molto nella formazione di Waititi: l’approccio comico, umoristico. Nativo di Raukokore nell’Isola del Nord, trasferitosi poi a Wellington, la capitale, per studiare Storia del Teatro alla Victoria University, il giovane cineasta ha fatto inizialmente parte del gruppo comico So You’re a Man, senza troppa fortuna, per poi fondare il duo The Humourbeats col sodale Jemaine Clement; proprio assieme a colui che avrebbe contribuito in seguito al successo delle prime opere cinematografiche, nonché del film-rivelazione Vita da vampiro – What We Do in the Shadows, ha anche vinto nel 1999 l’ambito premio neozelandese riservato ai comici, il Billy T Award.
Il retaggio Māori resta comunque evidente, specie nella primissima parte della sua filmografia. “In Boy and Hunt for the Wilderpeople he explores Māori identity in relation to the classic theme of coming of age”, scriveva nel 2018 con una sintesi perfetta Eva Rueschmann su Journal of New Zealand & Pacific Studies. Mentre però il Lee Tamahori di Once Were Warriors puntava con decisione sull’insofferenza verso certe costrizioni sociali, sulla conflittualità violenta e sul desiderio di riscatto, la poetica di Taika Waititi conserva un approccio sincero a tali problematiche ma lo rende più trasversale, etereo, favolistico, trasferendo lo spirito di ribellione in situazioni paradossali e contaminate da un umorismo acido, straniante, tendenzialmente fuori dagli schemi. E lo schemino classico del coming of age, soprattutto in Boy (2010) che a nostro avviso è il suo aurorale capolavoro, ben si presta a sperimentare insolite forme narrative infarcite di quell’immaginario pop che assorbe fenomeni localistici travalicando però i confini della Nuova Zelanda, allorché una figura ampiamente riconoscibile e amata (o criticata) da mezzo mondo come Michael Jackson diviene paradigma formativo.

Il cinema di Taika Waititi col tempo è diventato anche altro. Fagocitando bislacche storie di vampiri, Seconda Guerra Mondiale ed eroi dell’Universo Marvel è esploso a livello mainstream, il tutto amplificato dalla recente conquista di un Oscar, la statuetta alla Miglior Sceneggiatura Adattata per il delizioso Jojo Rabbit. In questa sede ci siamo volutamente soffermati sulle origini di una così interessante ed eccentrica parabola artistica. Un po’ perché nei primi passi dell’artista neozelandese vediamo, in nuce, molti dei topoi più significativi della sua successiva produzione cinematografica, tanto ludica ed apparentemente eterogenea quanto foriera di un sostrato comune, dalle evidenti radici iconoclaste e libertarie. Un po’ perché a ogni singolo capitolo della sua filmografia è stata comunque dedicata una recensione, su CineClandestino, a partire dal quasi introvabile Eagle vs Shark (2007), lungometraggio d’esordio misconosciuto in Italia ma esemplificativo dell’indiscutibile originalità e dell’affetto per gli outsider che hanno contraddistinto tale autore sin dall’inizio.
Il passaggio al mainstream in casa Marvel merita comunque qualche parola in più e la lasciamo volentieri al nostro Daniele De Angelis, che così si era espresso nei confronti del sorprendente Thor: Ragnarok (2017): “Come operare, dunque, una volta alle prese con l’eroe dall’invincibile martello? Ricetta semplice, per Waititi. Facendo tabula rasa. Riportandolo ad una dimensione infantile attraverso la negazione dei suoi superpoteri. Thor: Ragnarok è un gioiello di comicità ambivalente. Dove la risata possiede anche la funzione pedagogica della maturazione sia per i personaggi sullo schermo che per gli spettatori. Andando ben oltre la canonica avventura, che pure è ben presente con tanto di villain femminile (simbolo eterno di castrazione?) in versione extra lusso interpretato da Cate Blanchett. In questo Thor: Ragnarok è in tutto e per tutto assimilabile ad un coming of age di gloriosa memoria, minimo comun denominatore di tutti i film diretti da Waititi. Solo che il soggetto è un ragazzone in apparenza ultra trentenne (ancora impersonato da un Chris Hemsworth eccellente nel prestarsi al gioco con notevoli dosi di autoironia) assolutamente convinto di poter gestire il proprio e l’altrui mondo (Asgard e la Terra) senza difficoltà alcuna. Perciò meritevole di una tanto bonaria quanto efficace lezione impartita nel corso di un’opera che, a dispetto del budget imponente, diventa soprattutto una dichiarazione di poetica. Esistenziale prima che cinematografica.
A questa acuta disamina, che condividiamo in toto, può fare da corollario l’auspicio formulato su BestMovie dal collega Pierre Hombrebueno, nell’introdurre e sistematizzare le prime indiscrezioni sull’ormai imminente Thor: Love and Thunder, dopo il quasi ovvio apprezzamento nei confronti del precedente capitolo: “Merito di un regista come Taika Waititi, che col suo delirante umorismo, è riuscito a iniettare della nuova linfa vitale alla saga asgardiana conquistando molti spettatori e critici. Non sorprende, allora, sapere che sarà sempre lui a dirigere il prossimo film dedicato al celebre supereroe interpretato da Chris Hemsworth, Thor: Love and Thunder, la cui uscita nelle sale è prevista a novembre del 2021. A darci le prime anticipazioni sul sequel è lo stesso Waititi, che ha promesso di raddoppiare la follia vista in Ragnarok: «Nel mio prossimo film di Thor, in sostanza, ci lanceremo nuovamente in un film d’avventura. È quella la cosa che ho amato davvero di Ragnarok, era come se mettessimo Thor in un’avventura veramente cool. Ci sono sempre cose nuove da vedere e fare, e in questo film, penso che raddoppieremo la dose per fare qualcosa di più grande, più coraggioso e più brillante. Ci saranno delle cose davvero pazzesche nel film.»”

Insomma, anche questo specifico versante del cinema di Waititi, così goliardico, iper-cinetico, immaginifico sul piano visivo e narrativamente godibilissimo, avrà a breve carburante nuovo, stante il suo picaresco approccio all’universo dei cinecomic. In chiusura, se nel cinema del Nostro dovessimo evidenziare alcuni tratti specifici, oltre a quell’impronta naïf e cartoonista ravvisata in inquadrature e personaggi vagamente alla Wes Anderson, ci sono almeno due aspetti da sottolineare con gusto. In primis quel particolare punto di vista sull’infanzia, espresso attraverso racconti di formazione che sanno parlare al cuore senza cadere in pose stucchevoli, contribuendo anzi a cesellare sullo schermo ironici, folgoranti e agrodolci tableaux vivants. Per finire, quel vezzo di comparire in scena con stralunati personaggi (dal semplice cameo post mortem di Eagle vs Shark al papà malvivente da strapazzo di Boy, dallo squinternato vampiro di What We Do in the Shadows all’Adolf Hitler amico immaginario di Jojo Rabbit), che non è soltanto un vezzo, ma dimostrazione della capacità “anfibia” di usare la fantasia non soltanto a livello registico, ma pure nelle vesti di interprete perfettamente in grado di racchiudere, in qualche sorriso sardonico o con un sopracciglio inarcato all’improvviso, la surreale follia dei propri personaggi.

Stefano Coccia

I film di Taika Waititi presenti nel saggio

Eagle vs Shark (2007)

Boy (2010)

Vita da vampiro – What We Do in the Shadows (2014)

Selvaggi in fuga (2016)

Thor: Ragnarok (2017)

Jojo Rabbit (2019)

 

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