Mandy

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4.5 Awesome
  • voto 4.5

Blood for blood

Mandy è uno di quei film capaci di dividere e di spaccare in due la critica. Questo perché quella scritta (a quattro mani con Aaron Stewart-Ahn) e diretta da Panos Cosmatos è una di quelle pellicole nei confronti delle quali si può provare un amore sviscerato o una forte repulsione. Insomma, il giudizio in merito non accetta mezze misure e l’unica cosa in grado di mettere d’accordo tutti è il fatto che ciò che scorre sullo schermo, in un modo o nell’altro, non lascia indifferenti. Il risultato sono due diversi schieramenti: da una parte chi lo esalta e lo difende, tanto da arrivare a definirlo uno dei migliori horror del 2018, dall’altra chi come noi lo ha rispedito prontamente al mittente in seguito alla visione nel corso della 36esima edizione del Torino Film Festival, laddove è stato programmato nella sezione “After Hours” dopo le proiezioni al Sundance, a Cannes e i due premi conquistati al Sitges 2018 (miglior regia e migliore attrice ad Andrea Riseborough).

A otto anni di distanza da Beyond the Black Rainbow, Cosmatos torna dietro la macchina da presa per raccontare la storia del taglialegna Red e della pittrice Mandy, una coppia che conduce un’esistenza tranquilla e isolata in una zona boscosa del deserto del Mojave, nel Nord-Ovest Pacifico. Corre l’anno 1983 e la loro vita idilliaca viene improvvisamente distrutta quando il sadico leader di una setta di nome Jeremiah Sand rapisce la donna assieme al suo gruppo di demoni motociclisti, scatenando la furia vendicatrice di Red.

La sinossi di Mandy anticipa solo in minima parte quello che da lì a poco si materializzerà davanti agli occhi dello spettatore di turno, ossia una maionese impazzita di generi nella quale l’autore riversa senza alcun controllo e senso della misura tutte le sue ossessione: dall’heavy metal alla fantasy art, dalla fantascienza all’horror nelle sue diverse declinazioni. Il tutto per dare origine ad uno schizofrenico revenge movie nel quale il caos narrativo e drammaturgico regna sovrano e la confezione visiva non ha nessuna intenzione di trovare un punto d’incontro con la scrittura. Due corpi estranei che viaggiano in direzioni opposte e contrarie, matchando solo in presenza del trip stupefacente al quale viene sottoposta la co-protagonista al momento del rapimento, reso attraverso un’orgia psicadelica di cromatismi e viraggi. Per il resto, Cosmatos non fa altro che “vomitare” sulle pagine dello script prima e sullo schermo poi tutto ciò che la sua mente partorisce a getto continuo. Ed è proprio questo approccio incontrollato alla materia filmica, che trasforma lo stile ultracinetico della regia e l’accumulo citazionista nella narrazione (da Raimi a Lynch, passando per Barker) in uno sforzo fine a se stesso, il motivo principale d’irritazione. In questo modo, le soluzioni visive, anche quelle più riuscite, si trasformano in uno sterile esercizio di bravura, dal quale ci sentiamo di scagionare il pregevolissimo lavoro fotografico di Benjamin Loeb. Quest’ultimo, insieme alle musiche ipnotiche del compianto Jóhann Jóhannsson, sono le note positive di un’esecuzione orchestrale ampiamente al di sotto della soglia della sufficienza.

Il regista non fa altro che dare libero sfogo alla sua sfrenata creatività, al quale si rimprovera l’incapacità di tenere insieme i singoli pezzi per dare forma e sostanza ad un prodotto con un’identità ben precisa. In Mandy si verifica un cortocircuito che innesca una reazione a catena dalle conseguenze irreversibili, che nemmeno la delirante e divertentissima macelleria sanguinolenta innescata nella seconda parte da un Nicolas Cage armato di ascia riesce a riportare in quota crociera.

Francesco Del Grosso

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