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Malala

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VOTO: 5

Il silenzio rotto

Può un’adolescente rappresentare una minaccia per l’estremismo religioso e per coloro che lo “professano”? Evidentemente si se risponde al nome di Malala Yousafzai, la studentessa pakistana capace, con il coraggio dei suoi gesti e la potenza delle sue parole, di diventare una grande fonte d’ispirazione e una figura in grado di trasformare il mondo intero, balzata alle cronache per essere stata nominata (2014) la più giovane Premio Nobel per la Pace nella storia. Il suo libro “Io sono Malala” ha venduto più di 250.000 copie, conquistando di diritto il titolo di best-seller in soli due anni dalla pubblicazione. Ed è alle pagine che lo compongono e alla sua autrice che David Guggenheim si è ispirato per portare sul grande schermo la sua ultima fatica dietro la macchina da presa Malala, nelle sale nostrane a partire dal 5 novembre con 20th Century Fox, in attesa di una futura messa in onda televisiva sui canali Sky.
Il documentario si presenta come il classica biografia che alterna i momenti pubblici della nota attivista a quelli intimi e domestici. Il regista premio Oscar per Una scomoda verità cerca di raggiungere un equilibrio fra le due parti, ma dal risultato si evince però una maggiore attenzione nei confronti degli aspetti caratteriali e privati della protagonista. Ne emerge il profilo di una ragazzina comune, coraggiosa e compassionevole allo stesso tempo, in costante pericolo ma amante del divertimento e che giorno dopo giorno continua a lottare per il diritto universale di vivere e studiare. Per dipingere questo ritratto piuttosto convenzionale dedicato a una persona che convenzionale non è, Guggenheim si avventura in un tour fisico ed emotivo lungo diciotto mesi, costruito su un asse che dal Pakistan ci porta diritti in Inghilterra, passando per Nigeria, Kenya, Abu Dhabi e Giordania. Il suo è un pedinamento senza sosta al seguito di Malala e anche della sua famiglia, che come lei è dovuta fuggire dall’amata terra natia e dal regime talebano che lo governa all’insegna della tirannia e del proibizionismo.
Il cineasta statunitense assembla interviste, osservazione, materiali d’archivio e animazione bidimensionale, cucendo il tutto con l’immancabile voice over diaristico sul quale pesa un fastidiosissimo doppiaggio voluto per la versione tricolore. Quest’ultimo ha il demerito di raffreddare tutti quei momenti potenzialmente emozionanti che avrebbero potuto scaldare il cuore dello spettatore di turno.

Francesco Del Grosso

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