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Madre notturna

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VOTO: 8

Incanto abruzzese

Scorrendo il palmares del Ravenna Nightmare Film Fest 2022, ci si rende subito conto che nel raccogliere incubi da ogni parte del mondo tale manifestazione cinematografica è stata fino ad ora avara di soddisfazioni, per le produzioni nostrane. Con qualche lodevole eccezione. Bisogna infatti risalire al 2013 per imbattersi nell’altro Anello d’Oro tributato a un film italiano: in quella circostanza si era trattato del sorprendente, disturbante Oltre il guado di Lorenzo Bianchini, cineasta friulano messosi in luce con opere genuinamente indipendenti e approdato solo di recente a qualche sostegno di portata differente pure a livello distributivo, vedi l’impegno della Tucker Film per L’angelo dei muri. Non a caso, Bianchini era in concorso al Nightmare anche quest’anno proprio con quest’ultimo film, produttivamente più ambizioso ma assolutamente coerente con la propria interpretazione/visione del genere.

Come a suggerire un ipotetico, senz’altro auspicabile passaggio del testimone, al termine di questa attesissima XX edizione del Ravenna Nightmare l’Anello d’Oro per i Lungometraggi (Premio del Pubblico) realizzato dal maestro orafo Marco Gerbella è andato a Madre notturna di Daniele Campea. Un gran bel riconoscimento, per il filmaker abruzzese, considerando la qualità generale del concorso sembrataci in questa edizione particolarmente elevata.
E come era avvenuto in passato con Bianchini, anche questo premio per il bel film di Campea ci pare un ottimo segnale, in quanto tributo a quella componente più autarchica della produzione cinematografica nazionale, che a livello di genere (e non solo) ha messo in luce negli ultimi anni i percorsi registici di maggior pregio e interesse. Parliamo difatti del giovane autore segnalatosi già per un piccolo, coraggiosissimo lavoro, fatto circolare pochi anni fa da Distribuzione Indipendente. Riguardo a Macbeth Neo Film Opera, il titolo è questo, ci era capitato su un’altra testata di esprimerci esattamente così: un sorprendente mediometraggio italiano che ondeggia tra reminiscenze di Carmelo Bene ed estetica steampunk, tra una fotografia di taglio espressionista e scenari post-industriali.

Definizione senz’altro impegnativa, quella da noi approntata per una così straniante rivisitazione del Macbeth. Ma quella particolare ricerca estetica l’abbiamo ritrovata, in forme solo leggermente mutate, nello stesso lungometraggio premiato a Ravenna, ovvero Madre notturna. Con in più uno sguardo sul territorio in grado di generare suggestioni profonde. Daniele Campea, abruzzese, ha scelto alcune aree boschive della propria regione quale fondale di un racconto cinematografico tenebroso, ossessivo, laddove i timori del presente si fondono e si sovrappongono di continuo al reiterarsi di atavici impulsi.
Nel film un piccolo nucleo famigliare devastato da traumi pregressi si ritrova difatti improvvisamente isolato nella propria casa fuori città, proprio all’inizio di un periodo terrificante della storia recente: il diffondersi dei primi casi di Covid in Italia, con conseguenti restrizioni draconiane alla libertà di circolazione e lockdown generalizzato. In tale contesto relegato “fuori campo” cominciamo a familiarizzare coi personaggi. Protagonisti dell’essenziale, claustrofobico plot sono Agnese, studiosa di lupi, rientrata a casa dopo essere stata ricoverata a lungo per una serie di problemi che verranno messi a fuoco nella storyline poco alla volta; sua figlia Arianna, adolescente problematica portata a sfogare le proprie inquietudini nella danza; ed infine Riccardo, il “pater familias”, perso nel tentativo di bilanciare con la propria razionalità due personalità femminili forti, apparentemente in contrapposizione, ma unite in realtà da un rapporto misterico con la luna, con la notte, col territorio, con usanze e credenze ancestrali.

Liminare al bacino sempre più fecondo del folk horror, ma dotato di una poetica a tratti divergente in quanto più intimista, umbratile, defilata rispetto alle espressioni più grandguignolesche di codesto filone, Madre notturna si dipana alternando fremiti dionisiaci e un mood maggiormente ieratico, contemplativo. Il regista si conferma qui abile tessitore di atmosfere, da lui orchestrate intorno al solenne incedere del racconto fissato in sede di montaggio e a quel plumbeo contrappunto offerto tanto dalla fotografia, particolarmente suggestiva nelle inquadrature notturne, quanto da una colonna sonora studiata con particolare attenzione, a riconferma delle impressioni lasciate in precedenza da Macbeth Neo Film Opera. Tutto ciò al servizio di personaggi i cui turbamenti psicologici lasciano ugualmente un’impronta forte, merito anche dell’ottimo cast, coi confronti anche aspri tra la promettentissima Sofia Ponente e la più esperta Susanna Costaglione che vibrano sullo schermo assicurando profondità a un rapporto madre-figlia indubbiamente tormentato.

Stefano Coccia

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