Lux Æterna

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9.0 Awesome
  • voto 9

La Lux Aeterna di Gaspar Noé fra dionisiaco e apollineo

Il cinema di Gaspar Noé non va semplicemente visto, ma va vissuto. È infatti un’esperienza audiovisiva ermetica, immersiva e totalizzante, estetica ed estatica, ipnotica e psichedelica, che trova pochi altri paragoni nel cinema contemporaneo – viene in mente il N. W. Refn che va da Valhalla Rising in poi, o qualche sparuto (buon) seguace come il Bliss di Joe Begos. Noè è un regista che concepisce il cinema come Arte totale e come sperimentazione sensoriale e (anti)narrativa, un’esperienza che nel corso del tempo si è fatta sempre più estrema fino a giungere alla psichedelia pura di Enter the Void e Climax, deliri caleidoscopici di luci, colori, musiche e inquadrature impossibili. Il percorso sperimentale, sempre innovativo ma coerente, è portato avanti dal Nostro anche con il mediometraggio di 51 minuti Lux Æterna (2019) – il regista ha sempre utilizzato varie forme cinematografiche, dal lungo al corto al medio – presentato fuori concorso al Festival di Cannes. Un film che esprime la quintessenza del cinema di Noé, una sorta di compendio dove troviamo il quid che contraddistingue la sua poetica, e che anzi vi aggiunge una componente meta-cinematografica. Lux Æterna  – come fa notare Davide Pulici su Nocturno, il titolo è derivante dal Requiem di Mozart ma anche dal pezzo di Clint Mansell – è infatti girato sotto forma di mockumentary, o found-footage che dir si voglia, e ha come protagoniste Béatrice Dalle e Charlotte Gainsbourg nei ruoli di loro stesse. Le quali sono rispettivamente regista e attrice di un film immaginario che si sta girando sulla stregoneria, intitolato Work of God. Dopo alcuni estratti dal Dies Irae di Carl Theodor Dreyer sul rogo di una presunta strega, vediamo Béatrice e Charlotte mentre parlano davanti a un caminetto acceso, che sembra uscito dall’incipit dell’argentiano Tenebre, e raccontano il loro vissuto cinematografico e non solo: la Dalle parla della sua esperienza sul set italiano de La visione del sabba di Marco Bellocchio, con le difficoltà causate dal produttore e dalla natura stessa delle scene (l’attrice viene prima gettata in acqua, poi messa al rogo), mentre la Gainsbourg narra il curioso aneddoto di un attore di 16 anni che durante una scena le ha eiaculato addosso – il film non è citato, ma è presumibilmente Nymphomaniac di Lars von Trier – per poi estendere il discorso a stregoneria e religione. In seguito disquisiscono sul nuovo lavoro che stanno preparando (fittizio, facente cioè parte della diegesi), dunque si mescolano aneddoti reali e di finzione, in un’anticipazione di quel corto circuito fra cinema e meta-cinema che caratterizza tutta la storia. Che poi, “storia” si fa per dire, come accade spesso nei suoi film. Perché Lux Æterna è una sorta di reportage – realizzato di frequente con la tecnica dello split-screen – dal set di Work of God, fra le bizze delle due donne, i contrasti col produttore che vorrebbe togliere la regia alla Dalle, giornalisti e fotografi che le seguono ovunque e i dietro le quinte deliranti e coloratissimi. Fino a quando le tre attrici salgono sulla scena che deve rappresentare il rogo, legate a un palo e con le immagini che scorrono sullo sfondo. Improvvisamente, un corto circuito manda in tilt l’impianto elettrico, scatenando una sequenza epilettica di luci colorate e suoni perforanti: la Gainsbourg rimane legata e deve subire un bombardamento sensoriale che mette in difficoltà anche lo spettatore più temerario. Questo è, in sintesi, lo splendido delirio di Lux Æterna, che prosegue gli sbalorditivi eccessi di Climax, ma rispetto ad esso Noè accentua il carattere anti-narrativo di cui parlavano prima, poiché il nostro mediometraggio non ha una trama vera e propria. Lux Æterna è una magistrale fusione di furore dionisiaco e rigore apollineo, dove emerge con forza la concezione artistica del Nostro (il cinema come arte dell’eccesso): poiché il contenuto è schizofrenico e pieno di follie – come gli split-screen e il fastidioso bombardamento sensoriale che conclude il film – ma la regia è sempre controllata da una mano sicura, dunque mai abbandonata al caso (il paradosso è solo apparente). Rispetto a Climax o alle altre sue opere, i piani-sequenza (una cifra stilistica di Noè fin da Irréversible) sono più misurati qualitativamente e ridotti temporalmente, dunque non ci sono i voli pindarici a cui eravamo abituati, non c’è la telecamera che gira e rigira su se stessa, ma sono realizzati sempre con una perizia sopraffina che solo i grandi cineasti possono avere – perché Noé è insindacabilmente un Autore e un virtuoso della macchina da presa. Lux Æterna parla della lavorazione di un immaginario film sulla stregoneria, ma non è un’opera sulla caccia alle streghe, bensì un film sul cinema e sull’Arte. E non è dunque casuale la scelta di Béatrice Dalle (quella di Betty Blue e La visione del sabba) e Charlotte Gainsbourg (quella di Antichrist, Melancholia e Nymphomaniac): due attrici di grande espressività e carisma, in grado di improvvisare e furoreggiare, con una personalità che buca lo schermo e che si sono distinte più volte in film dalla marcata connotazione autoriale e artistica. La frenetica vita sul set è all’insegna del caos e dei continui contrasti fra produttore, regista, troupe e attrici (c’è anche Abbey Lee, quella del refniano The Neon Demon, a seno nudo), in quello che risulta come una messa alla berlina del mondo del cinema e dei suoi meccanismi produttivi, un cinema che riflette su sé stesso: se vogliamo, una sorta di Robert Aldrich in acido, dove nei corridoi del set irrompono in scena i personaggi più disparati (produttore, giornalisti, videomaker, truccatori), in una sorta di teatro dell’assurdo. La narrazione, schizofrenica ma controllata, procede soprattutto attraverso split-screen che rendono volutamente ardua la visione: talvolta vengono accostate scene diverse ciascuna con dialoghi autonomi, talvolta invece è la stessa scena ad essere mostrata da varie angolature, in alternanza a più rare inquadrature singole. La fotografia è curatissima, in grado di passare dai colori caldi del primo dialogo fra le due attrici, ai colori primari verdi e rossi del set (con un gusto argentiano che Noè ha più volte manifestato nel suo cinema) e alle luci sature, fino alla scena del rogo sulle potentissime note del Dies Irae dal Requiem di Verdi, per deflagrare poi nel frenetico ed epilettico delirio di luci stroboscopiche e multicolori, talvolta ancora con l’uso dello split-screen. Cioè quella “Lux Æterna” del titolo dove ciascuno può vederci ciò che vuole: l’Aldilà, il nulla, l’Arte, l’obnubilazione della mente umana. La Gainsbourg, legata al palo, subisce una tortura fatta di luci e suoni insostenibili, in una sorta di contrappasso al rogo che il suo personaggio della strega deve subire nella finzione: cinema e meta-cinema si congiungono. Il film è poi disseminato di citazioni ermetiche, in caratteri latini, da maestri del cinema (Dreyer, Godard, Fassbinder) e della letteratura (Dostoevskij), che dipingono più volte la figura del regista come demiurgo: a testimonianza di un cinema che fa continuo riferimento a se stesso e all’atto creativo di un’opera d’arte.

Davide Comotti

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