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L’uomo più felice del mondo

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VOTO: 8

Ferite ancora aperte e palpitanti

Distribuito in Italia da Teodora Film, che per Teona Strugar Mitevska come per altri autori emergenti continua ad avere un occhio di riguardo, L’uomo più felice del mondo (The Happiest Man in the World / NajsreЌniot čovek na svetot / Najsretniji čovjek) è stato scelto quale film d’apertura del Trieste Film Festival 2023. Del resto le opere della cineasta macedone alla kermesse triestina sono di casa da tempo. Ma anche il Torino Film Festival nel 2019 le dedicò una retrospettiva, che permise a molti di scoprire o riscoprire titoli di notevole impatto emotivo e dal forte valore sociale e introspettivo, come ad esempio How I Killed a Saint (2004) e I am from Titov Veles (2007). Per quanto il lungometraggio più folgorante della Mitevska (e anche il più noto da noi, grazie per l’appunto alla Teodora) resti sempre Dio è donna e si chiama Petrunya.

Tornando all’oggi, ancora più emozionante è stato al Miela vedere questa nuova opera della cineasta macedone con presente in sala Elma Tataragić, qui in veste di sceneggiatrice, intervistata poi sul palco da Nicoletta Romeo. La direttrice del festival triestino ha lasciato che emergessero, da parte dell’ospite, quei delicati risvolti umani in grado di chiarire ancor meglio il particolare processo creativo, da cui è nato e si è sviluppato tale progetto cinematografico. Un’amicizia di lunga data e un rapporto di stima reciproca tra le due autrici, innanzitutto; e poi la sensibilità rivelata dalla regista macedone, non nuova di certo alla costruzione di personaggi femminili dallo spessore inusuale (vedi appunto Dio è donna e si chiama Petrunya), nello stimolare Elma Tataragić, bosniaca, vittima a sua volta di un bruttissimo episodio di lesioni durante la guerra, a trasfigurare il proprio vissuto per dar vita a un apologo davvero potente, non solo sul piano personale ma anche su quello dell’identità collettiva.
Quel che ne è uscito fuori è un film tanto intimo quanto corale, tanto aspro e urticante quanto all’occorrenza situazionista, allusivo. A livello diegetico il pretesto è dato da una lunga, articolata seduta di “speed dating“, alla quale un po’ recalcitrante accetta di partecipare Asja, donna single di quarant’anni anni che vive a Sarajevo. Il partner a lei abbinato, Zoran, è un quasi coateneo che lavora in banca ma che oltre a possedere una sorta di fascino sinistro ha, lo si scoprirà strada facendo, un peso sulla coscienza terribile. Segreti che riportano la memoria indietro di decenni, fino al tragico assedio di Sarajevo e alle gravi perdite subite dalla protagonista stessa, che nella circostanza venne pure seriamente ferita da un cecchino…

Ferite difficili da rimarginare, di cui restano i segni non soltanto sulla pelle, ma anche nella psiche. Con la consueta, vertiginosa capacità introspettiva, già in fase di scrittura Teona Strugar Mitevska ha saputo dialogare in profondità con le dolenti rimembranze della Tataragić, aggiungendo all’occorrenza quel tocco straniante, dal quale anche il complesso rapporto che viene a crearsi tra i protagonisti, nella paradossale e grottesca cornice dello speed dating, assume nerbo, vigore. Il giocare a rimpiattino tra i due riporta man mano alla memoria i più intensi capitoli cinematografici di un’ipotetica “storia parallela” dei rapporti tra carnefice e vittima, di cui si potrebbero fare molteplici esempi: per gusto personale limitiamoci pure a citare Garage Olimpo e Figli/Hijos di Marco Bechis, Il pomeriggio di un torturatore (Dupa-amiaza unui tortionar) di Lucian Pintilie e magari l’ancor più paradossale Remember di Atom Egoyan, tutte pellicole che ricordiamo ancora adesso con un brivido sotto la pelle.
I riflettori sono puntati ovviamente su Asja e Zoran, sulla volontà di capire, prima di tutto, ma anche sulla ricerca di un difficile perdono. Teona Strugar Mitevska, però, che sa anche evidenziare e far vibrare gli elementi spaziali della messa in scena come pochi registi al mondo, riesce sempre a illuminare dettagli rivelatori, a spostare con sottigliezza l’attenzione sul fuori campo, a dirottare in un baleno l’interesse sui tanti personaggi di un racconto dall’impronta oltremodo corale, aggiungendo ogni volta una tessera nuova al mosaico. Fino a delineare i contorni di un’immane tragedia, la cui presenza nell’immaginario collettivo resta così forte, pur essendo trascorsi diversi anni, da meritare un totale cella conca di Sarajevo quale chiosa finale.

Stefano Coccia

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