L’uomo che vide l’infinito

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5.0 Awesome
  • voto 5

Vita, morte e miracoli di un matematico indiano

Ci risiamo! Per l’ennesima volta ci troviamo di fronte a un film che getta letteralmente al vento la possibilità di portare sul grande schermo, in maniera intellettualmente più “onesta” e veritiera, la figura di un illustre genio del passato, nei confronti del quale la Scienza e l’umanità in generale hanno un debito incalcolabile. Se l’eccezione alla regola era stato il bellissimo e toccante A Beautiful Mind di Ron Howard (sul matematico e premio Nobel John Forbes Nash jr.), l’occasione per fare peggio del patinato e celebrativo La teoria del tutto di James Marsh (sul fisico, astrofisico e cosmologo Stephen Hawking) arriva da Matthew Brown e dal suo L’uomo che vide l’infinito, il biopic dedicato allo storico matematico indiano Srinavasa Ramanujan. Per chi non ne avesse memoria, a lui va riconosciuto un lavoro cruciale sulla teoria analitica dei numeri ed è noto per molte formule di sommatorie. I suoi risultati hanno ispirato un gran numero di ricerche matematiche successive.
La pellicola scritta e diretta dal regista britannico, in anteprima alla settima edizione del Bif&st e nelle sale nostrane con Eagle Pictures a partire dal 9 giugno, presenta, infatti, i medesimi limiti e le stesse insufficienze drammaturgiche riscontrati due anni or sono durante la visione della pellicola firmata da Marsh. Per cui non possiamo che confermare lo stesso giudizio negativo anche per l’opera seconda di Brown. Davanti ai nostri occhi si palesa nuovamente, come un irritante dejà vu, ma con dinamiche differenti legate alla diversità dei percorsi biografici narrati, gran parte di ciò che ci aveva spinto a non accodarci alla schiera di estimatori del film su Hawking, che tra l’altro ha regalato a Eddie Redmayne una meritata statuetta come migliore attore protagonista. Attenzione non stiamo parlando di emozioni, ne di come queste vengono veicolate e trasmesse alla platea di turno, anche perché ne scorrono a fiumi, tantomeno delle performance davanti alla macchina da presa di Redmayne e Patel (qui nelle vesti di Ramanujan), ma di altro. Entrambe le opere soffrono della medesima e cronica incapacità o volontà di distaccarsi dal classico biopic edulcorato ed elegiaco, che nel cercare di mantenere un rispetto il più possibile sacrale nei confronti della vicenda umana e del suo protagonista, finisce con il restituirne un ritratto a nostro avviso falsato. Falsato da uno sguardo fin troppo benevolo, dal bisogno di rimanere il più possibile sul piano del politicamente corretto per dare a Cesare quello che è di Cesare, per essere ulteriormente riconoscenti per l’eredità lasciata ai posteri. È dunque una questione di scelte fatte in partenza, che noi ci sentiamo di non condividere.
Il motivo è poi uno e uno solo: per quanto una vita possa essere stata straordinaria, importante e significativa, per quanto il peso delle scoperte possa essere stato immenso, le persone che se ne sono fatte carico non sono state sempre dei santi in paradiso, ma delle umanità scisse tra virtù, talento, genialità, ma anche tra paure e debolezze. Tutti hanno delle sfumature, perché l’uomo non è solo o bianco o nero. L’Hawking prima e il Ramanujan poi visti in questi due film sembrano estranei alla cattiveria, alla meschinità e alle bugie, o meglio le hanno subite ma non hanno mai fatto parte del rispettivo carattere. Ovviamente non abbiamo avuto una conoscenza diretta con loro, ma facciamo fatica a pensare che non ne siano stati portatori, anche se in minima parte, in pubblico o in privato. Insomma, i protagonisti di La teoria del tutto e di L’uomo che vide l’infinito non sono e non sono stati altro che dei stinchi di santo. Ciò che manca è quindi il controcampo umano nel disegno dei personaggi, dei loro caratteri e delle loro azioni. Il risultato è una faccia sola della medaglia. Abbandonando la pellicola di Marsh, spostando l’attenzione unicamente su quella di Brown, ciò che lascia di più l’amaro in bocca è l’uso continuo dei guanti bianchi nel maneggiare la biografia di Ramanujan. Ne viene fuori un ritratto cristallino, stucchevolmente eroico. Assistiamo a due ore circa di cronologia di eventi, messi l’uno dopo l’altro per raccontare la scalata e le conquiste (scientifiche e sociali) di un genio come pochi, che solo la malattia è riuscito a fermare. Più o meno in primo piano, a seconda dei passaggi della timeline, si affacciano dinamiche affettive (la grande amicizia con il suo mentore, l’eccentrico professore GH Hardy, e l’amore infinito per la sua giovane moglie Janaki) per colorare di emozioni più o meno forti lo script. E in secondo piano, dimenticate nel cassetto, finiscono tutte quelle tematiche legate allo scontro tra scienza e religione, al peso degli scoperte fatte e a come hanno cambiato il mondo.

Francesco Del Grosso

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