L’Universale

0
7.0 Awesome
  • voto 7

Delirio anarchico e metafilmico

Per il cinefilo più romantico e soprattutto nostalgico, in particolare quello fiorentino, la visione sul grande schermo de L’Universale, presentato alla settima edizione del Bif&st nella sezione Nuove Proposte, non potrà che essere un piacevole colpo al cuore, di quelli che fanno sorridere, emozionare e luccicare gli occhi. Si tratta di un vero e proprio viaggio nella memoria. Questo perché, quello scritto e diretto da Federico Micali prima di essere un film, con una storia e dei personaggi, è un ritratto, un omaggio e un documento dedicato a un Mito, a un fenomeno culturale, sociale e persino antropologico che ha segnato intere generazioni. Quella rievocata dal regista toscano è la storia vera, romanzata ovviamente, del mitico cinema in via Pisana, nel quartiere di San Frediano a Firenze, chiuso nel 1989, ma il cui ricordo è ancora impresso nelle menti di chi quel luogo lo ha frequentato e vissuto per decenni.
L’omonimo film di Micali, qui alla sua prima esperienza nel lungometraggio di finzione dopo un fortunato percorso nel campo del documentario (suoi tra gli altri Genova senza risposte, Nunca Mais e 99 Amaranto), riavvolge le lancette del tempo, quanto basta per catapultare lo spettatore di turno in quel luogo indimenticabile, diventato all’epoca uno spazio familiare che riusciva magistralmente a mettere insieme la cultura alta dei film d’essai e la sagacia popolare. Ad animarlo un autentico melting pot di persone, modi di essere ed idee che avrebbe fatto diventare quel cinema un incredibile punto di riferimento culturale per gli anni Settanta e indirettamente per tutti gli anni Ottanta. All’Universale, infatti, il vero spettacolo non era il film ma il pubblico e il “Cinema” riusciva ad essere allo stesso tempo sia il luogo che la pellicola, in una fantastica alchimia che non poteva prescindere dai sonori commenti della sala al film in corso. Perché, come spesso accadeva, quella sale si trasformava nello specchio e nell’appendice di storie private e collettive, sia che sullo schermo che nelle sue poltroncine di legno o al bancone del bar, dove si sovrapponevano Marlon Brando e il Tamburini, John Wayne, la politica e l’amaro Ballardini, l’hashish e Jesus Christ, ma anche il punk, la new wave l’eroina, le radio libere e chi più ne ha più ne metta. Tutto questo “magma” anarchico, delirante e metafilmico, non poteva che essere il cuore pulsante del plot; e così è stato. Di tutto questo non si poteva fare a meno e di conseguenza si è trasformato nel pozzo di ricordi e aneddoti dal quale Micali e i co-sceneggiatori Cosimo Calamini e Heidrun Schleef hanno attinto a pieni mani per creare il tessuto narrativo e drammaturgico dell’opera. Un’opera che, al di là che possa piacere oppure no, ha due grandissimi meriti: da una parte l’aver portato sullo schermo quelle pagine e quelle stagioni per moltissimi intramontabili, dall’altra quella di averle fatte scoprire a chi non le conosceva.
Ma L’Universale non è un documentario, per cui la suddetta materia a disposizione doveva necessariamente e per forza di cose passare attraverso un lavoro di scrittura, che ha portato alla costruzione di un esoscheletro sul quale poggiare il tutto. L’esoscheletro consiste nel susseguirsi negli anni delle avventure e delle disavventure esistenziali, lavorative e sentimentali di tre ragazzi: Tommaso, il figlio del proiezionista della sala, e i suoi amici Alice e Marcello. Sono loro – in particolare il primo – a rappresentare il baricentro di uno script che è un fiume in piena, strabordante di gag divertenti, condite con le diverse sfumature della commedia old style. Tra queste si fanno largo, da tradizione, quelle della tragedia, come in ogni dramedy che si rispetti, dove la temperatura comica si abbassa drasticamente per lasciare spazio a momenti più seriosi. Quest’ultimi, però, fanno perdere brillantezza, ritmo, forza e scorrevolezza all’insieme, depotenzializzandolo, ma per fortuna senza rovinare completamente quanto di buono costruito per gran parte del percorso. Sullo sfondo e alla radio, come finestre aperte oltre quel microcosmo fiorentino fatto di pellicola e grasse risate, si materializzano alcune pagine nere della Storia nostrana (vedi la notizia del sequestro di Aldo Moro o la morte Rodolfo Boschi, impiegato dell’ENEL del servizio d’ordine del PCI, durante una manifestazione a Firenze il 18 aprile del 1975). Tali incursioni creano un contesto utile alla narrazione, anche se appesantiscono un po’ il racconto, per fortuna senza mandare in frantumi l’architettura comica predominante, come accaduto invece in L’ultima ruota del carro di Giovanni Veronesi.
L’Universale è un divertissement che non ha alcuna pretesa pseudo-autoriale, tantomeno vuol essere una storiella per ricordare i bei tempi che furono o un superficiale ritratto generazionale. Ciò che vorrebbe essere – e a nostro avviso lo è al 100% – è un “diario” filmico che ci riporta indietro nel tempo per farci rivivere e respirare con un sorriso quelle atmosfere sepolte nella memoria, ma di ancora tremendamente vive.

Francesco Del Grosso

Leave A Reply

venti − quattro =