L’ultima notte

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7.0 Awesome
  • voto 7

Domani potrebbe essere troppo tardi

Ed ecco che quasi in prossimità della chiusura del sipario del festival di turno arriva puntualmente il film che non t’aspetti, la sorpresa dell’ultimo momento che ha il sapore della piacevole scoperta in zona Cesarini e l’impatto di un fulmine a ciel sereno. La pellicola in questione è L’ultima notte di Francesco Barozzi, senza alcun dubbio uno tra i diamanti grezzi che il pubblico e gli addetti ai lavori – noi compresi – potranno portarsi a casa dalla 36esima edizione del Torino Film Festival, laddove è stata presentata nella sezione “After Hours”. Ed è lì che lo scetticismo iniziale è stato spazzato via, lasciando il posto ad un ripensamento su tutta la linea nei confronti di un’opera che per essere apprezzata va vista dalla e nella giusta prospettiva, ma anche analizzata tenendo presenti le modalità produttive all’interno delle quali è stata concepita. Merito al comitato di selezione della kermesse piemontese di averlo pescato nel sottobosco del cinema coraggiosamente e orgogliosamente indipendente dandogli visibilità, ma in primis del regista modenese, della crew e dell’intero cast per averlo realizzato.

Ma andiamo per gradi e partiamo dal plot che ad una prima lettura può apparire come l’ennesimo dramma familiare immerso in un thriller dalle venature orrorifiche, di quelli che incontriamo con una certa frequenza nel circuito festivaliero e che raramente ci regalano soddisfazioni. La visione de L’ultima notte rimescolerà le carte in gioco, catapultandoci senza rete di protezione in un inferno terreno celato nei meandri malsani della provincia. La storia narrata è quella di Bea, una donna in crisi che dopo tanti anni si vede costretta ad abbandonare la città per fare ritorno nella casa di campagna in cui è nata, e dove il fratello e la sorella vivono ancora in condizioni degradate. Insieme alla sorella Emi, si occupa degli animali e delle piante della cascina, mentre Franco, il fratello, lavora in un allevamento della zona. Quando la donna li invita a modificare il loro stile di vita, entra in conflitto con Franco, svelandone la natura violenta e collerica. Bea scopre che fratello e sorella, pur diversi fra loro, condividono le stesse ambigue inclinazioni e più di un segreto. E che quello più pericoloso pulsa ancora.

Quella al centro dell’opera terza di Barozzi non è però frutto dell’immaginazione del regista e di chi lo ha affiancato nel percorso di scrittura (Luca Speranzoni), ma un racconto agghiacciante le cui radici vanno rintracciate in un fatto di cronaca nera realmente accaduto nel 2012 in terra emiliana, ricostruito quasi fedelmente ad accezione dei nomi dei veri protagonisti cambiati per rispetto dell’unica persona sopravvissuta. Per dare una forma e una sostanza narrativa e visiva al film che ripercorre i sanguinari highlights di un passato oscuro e traumatico tornato violentemente a galla, l’autore usa i codici del genere e le suggestioni di ieri ad esso legate, in particolare alle opprimenti e malsane atmosfere dell’horror padano del primo Avati, ossia a quello dei vari Balsamus, l’uomo di Satana, Thomas e gli indemoniati, Zeder e La casa dalle finestre che ridono. È da lì che il cineasta modenese è andato ad attingere a piene mani per costruire una natura morta dipinta con colori slavati al limite del desaturato, dove l’occhio del fruitore deve farsi largo a fatica per arrivare a vedere il marcio che c’è dietro.

Con una qualità di regia, scrittura e interpretazioni (su tutte quella di Beatrice Schiros nel ruolo di Bea) che rende il tutto credibile ed emotivamente coinvolgente grazie ad un crescendo di tensione davvero efficace destinato a deflagrare nel finale, L’ultima notte è un film che ci mostra come la soglia tra il bene e il male, tra la vittima e il carnefice, non sia così facile da individuare, perché il perverso, il malato e l’orrore si annidano nel quotidiano, il più delle volte tra le quattro mura di una casa nel mezzo del nulla che sembra una carcassa in via di decomposizione e in quelle zone d’ombra dove normalmente non si va a guardare.

Francesco Del Grosso

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