L’ufficiale e la spia

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Rincorrere la verità

«Accuso il luogotenente colonnello de Paty di Clam di essere stato l’operaio diabolico dell’errore giudiziario, in incoscienza, io lo voglio credere, e di aver in seguito difeso la sua opera nociva, da tre anni, con le macchinazioni più irragionevoli e più colpevoli. Accuso il generale Mercier di essersi reso complice, almeno per debolezza di spirito, di una delle più grandi iniquità del secolo. Accuso il generale Billot di aver avuto tra le mani le prove certe dell’innocenza di Dreyfus e di averle soffocate, di essersi reso colpevole di questo crimine di lesa umanità e di lesa giustizia, per uno scopo politico e per salvare lo stato maggiore compromesso. […] Accuso gli uffici della guerra di avere condotto nella stampa, particolarmente nell’Eclair e nell’Eco di Parigi, una campagna abominevole, per smarrire l’opinione pubblica e coprire il loro difetto. Accuso infine il primo consiglio di guerra di aver violato il diritto, condannando un accusato su una parte rimasta segreta, ed io accuso il secondo consiglio di guerra di aver coperto quest’illegalità per ordine, commettendo a sua volta il crimine giuridico di liberare consapevolmente un colpevole. Formulando queste accuse, non ignoro che mi metto sotto il tiro degli articoli 30 e 31 della legge sulla stampa del 29 luglio 1881, che punisce le offese di diffamazione. Ed è volontariamente che mi espongo». Abbiamo voluto richiamare subito queste parole dell’editoriale scritto da Émile Zola in forma di lettera aperta al Presidente della Repubblica francese Félix Faure, e pubblicato dal giornale socialista L’Aurore il 13 gennaio 1898, con lo scopo di denunciare pubblicamente le irregolarità e le illegalità commesse nel corso del processo contro Alfred Dreyfus, al centro di uno dei più famosi affaires della storia francese. Nello specifico quel «ed è volontariamente che mi espongo» ci sembra particolarmente in linea con la decisione di Polanski di realizzare L’ufficiale e la spia (titolo oringinale J’accuse) e in generale con il suo percorso artistico. «Il film è basato sull’affaire Dreyfus, argomento cui penso da molti anni. In questo scandalo di vaste proporzioni, forse il più clamoroso del diciannovesimo secolo, si intrecciano l’errore giudiziario, il fallimento della giustizia e l’antisemitismo. Il caso Dreyfus divise la Francia per dodici anni, causando una vera e propria sollevazione in tutto il mondo, e rimane ancora oggi un simbolo dell’iniquità di cui sono capaci le autorità politiche, nel nome degli interessi nazionali». In queste parole del regista di Cul de Sac si possono cogliere le motivazioni che l’hanno condotto ad occuparsi di questa vicenda temporalmente lontana da noi, ma vicina su tasti e valori messi ancora oggi in discussione.
Il 5 gennaio 1895 il capitano Alfred Dreyfus (Louis Garrel), giovane e promettente ufficiale dell’esercito francese accusato di essere un informatore dei tedeschi, viene degradato e condannato alla deportazione a vita nell’Isola del Diavolo nell’Oceano Atlantico, al largo delle coste della Guyana francese. Tutto parte da qui, con un totale che riprende la piazza e con un movimento di macchina lento, teso a farci seguire attentamente tutta l’azione, osserviamo da destra a sinistra la marcia dei soldati. Tra i testimoni dell’umiliazione c’è Georges Picquart (Jean Dujardin), promosso a capo dell’unità di controspionaggio che lo ha accusato. Quest’ultimo, però, ha a cuore la verità e diventa anche l’elemento che va a rompere realtà e dinamiche assodate. In virtù di questo, viene attirato in un pericoloso labirinto di inganni e corruzione, che minaccia non soltanto il suo onore, ma la sua stessa vita.
«Cercare la verità porta all’insabbiamento» è una battuta lucida che ben racchiude la denuncia comunicata dall’opera. L’impianto proposto da Polanski è molto classico sia sul piano della scrittura (realizzata a quattro mani con Robert Harris, con un taglio che guarda al film-inchiesta) che della messa in scena molto curata (scenografia di Jean Rabasse, costumi di Pascaline Chavanne) ed è merito di questi elementi se riesce ad affascinare la platea di turno, trascinandola in una Storia che può e deve ancora interrogarci, in primis su come il Potere possa essere ingannatore e mischiare le carte. Ai nostri tempi siamo abituati alle archiviazioni dei casi e ad un’assuefazione verso la “bugia” o la “verità” venduta. Polanski ci ricorda quanto sia esistenziale approcciarsi con la schiena dritta, ancor più in un tempo in cui un editoriale difficilmente avrebbe la forza di far riaprire un caso giudiziario.
L’ufficiale e la spia è stato selezionato nel Concorso Ufficiale della 76esima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. Qui ha ricevuto il Green Drop Award 2019, il premio che ogni anno Green Cross Italia assegna alla pellicola in concorso che rappresenta meglio i valori ambientali e della cooperazione tra i popoli. «Come giuria del Green Drop Award abbiamo pensato che, anche per il cinema, sia giunto il momento di parlare chiaro e di invitare tutti a farlo, come più di un secolo fa fecero un ufficiale dell’esercito francese, Georges Picquart, e uno scrittore di origini italiane, Émile Zola, denunciando un grave caso di abuso, di discriminazione e di prepotenza da parte del potere. Oggi come ieri, una ragazza di 15 anni di nome Greta ricorda a tutto il mondo l’urgenza di agire contro i cambiamenti climatici. Il suo grido d’allarme sta già scuotendo le coscienze. Perché non c’è un piano b: è ora di agire adesso», si legge nella motivazione.
Dal 21 novembre il film sarà in programmazione nelle nostre sale con 01 Distribution. «Se chi mi legge non conosce ancora il J’accuse, che non aspetti tempo e non lo perda ancora con me leggendomi. Vada a quelle parole che, necessarie per Dreyfus e la Francia, lo divengono universalmente per chiunque sconti l’aggressione del potere. Perché anche le nostre notti non siano “ossessionate dallo spettro dell’innocente che espia laggiù, tra le più atroci torture, un crimine che non ha commesso”». Scriveva così Roberto Saviano in un articolo del 18 novembre 2011 su La Repubblica ed è con questo invito che vogliamo concludere, rilanciando le sue parole e suggerendovi di segnarvi l’uscita in sala.

Maria Lucia Tangorra

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