Escobar – Il fascino del male

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6.5 Awesome
  • voto 6.5

Un trascurabile biopic

Soprattutto grazie alla serie televisiva Narcos, tra i cavalli di battaglia della piattaforma televisiva Netflix, si è recentemente risvegliato un forte interesse per la figura storica di Pablo Escobar, già portato sul grande schermo nel 2014 dal nostro Andrea di Stefano, regista appunto di Escobar, dove il celebre narcotrafficante aveva avuto le fattezze di un inappuntabile Benicio del Toro. Fernando Leòn De Aranoa, noto fuori dalla patria soprattutto grazie a I lunedì al sole (2002) e Perfect Day (2015), ha presentato Fuori Concorso alla 74esima Mostra del Cinema di Venezia Loving Pablo (nella versione italiana Escobar – Il fascino del male), biopic che pur partendo da un punto di vista originale e inusitato non rende giustizia alle abilità di scrittura di De Aranoa, punto di forza dei lavori sopracitati, che si collocano su un altro livello anche dal punto di vista scenografico e per la direzione degli attori. Il punto di vista originale a cui abbiamo fatto riferimento riguarda la scelta di raccontare il personaggio attraverso la testimonianza e i ricordi di Virginia Vallejo (Penelope Crùz), tratti dal suo memoriale “Loving Pablo, Hating Escobar”: Virginia era una celeberrima conduttrice televisiva, amante di Escobar (Javier Bardem) per quattro fondamentali anni, ed è sua la voce fuoricampo che, passo dopo passo, ripercorre le tappe principali della costruzione di un impero. Purtroppo, le aspettative che discenderebbero da un simile espediente narrativo vengono disattese, e invece di concentrarsi sulla relazione tra due personalità interessanti e molto diverse tra loro, dalla quale, magari, estrapolare qualcosa di nuovo sul personaggio di Escobar, il film si disinteressa presto all’interazione tra Pablo e Virginia per darne due ritratti separati banali e scontati, o per parlare in modo sommario dell’ascesa di Escobar, allineando una dopo l’altra soluzioni derivative. Anche la spinosa questione della conciliabilità tra vita famigliare e attività illecita, potenzialmente fruttuosa, manca di uno sguardo davvero penetrante. E se Bardem, che non può comunque contare su uno script degno delle sue potenzialità, convince abbastanza nella sua rappresentazione di un simpatico antieroe, Penelope Crùz ci regala forse la sua interpretazione peggiore: quella che doveva essere una donna contraddittoria, furba ma non esente da debolezze, diventa una vamp stereotipata e sopra le righe, in particolar modo nelle scene più drammatiche. Insomma, Loving Pablo, contrariamente a quanto le sue premesse lasciavano presagire, non aggiunge granché di nuovo ai tanti biopic che si stanno affastellando negli ultimi anni; un vero peccato, perché una percezione tutta femminile della figura di Escobar avrebbe potuto rilanciare il genere.

Ginevra Ghini

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