Love in the Time of Civil War

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6.5 Awesome
  • voto 6.5

Anime spente ai margini dell’esistenza

Nel film di Rodrigue Jean – presentato allo scorso Toronto International Film Festival – è fin da subito evidente la matrice documentaristica dell’autore e del film stesso: Love in the Time of Civil War prende infatti spunto dall’opera documentaria del regista di qualche anno fa sul mondo della prostituzione maschile, Men for Sale, mettendo in scena con uno stile asciutto sino all’inverosimile la storia di alcuni ragazzi di strada.
I giovani perduti ritratti da Jean in Love in the Time of Civil War avanzano per inerzia lungo i solchi di un’esistenza ai margini: anime spente, borderline senza più nulla da perdere, la cui unica spinta vitale (se così vogliamo chiamarla) sembra essere il compulsivo e (in)appagante uso di droghe misto a sesso occasionale consumato meccanicamente, il più delle volte usato come merce di scambio; e a fare da sfondo a questo spaccato plumbeo e ruvido in cui tutto sembra irrimediabilmente perduto, una Montreal livida e indifferente.
Il nervoso e discreto digitale di Jean ci trascina da una scena all’altra facendoci quasi inciampare con secchi e improvvisi stacchi di montaggio, stando addosso ad Alex (Alexander Landry), centro pulsante di non-vita del film: un tossico prostituto venticinquenne sovrastato da una nube di apatia, di quieta e al tempo stesso convulsa rassegnazione, seguito nel suo vagare senza sosta e senza mèta lungo le strade della fredda e respingente metropoli canadese.
Lo sguardo distaccato e mai giudicante di Jean è capace di immergerci in questo desolante microcosmo senza far sconti a niente e a nessuno: tutto avanza inesorabile attraverso uno scorrere di scene simili le une alle altre, quasi isolate, slegate al punto da apparire tutte a loro modo “importanti”, o che in fondo nessuna di esse lo sia tanto è forte la sensazione di quell’insensato susseguirsi proprio della vita vera.
Love in the Time of Civil War ha il merito di evitare certi cliché tipici di questo genere (se così vogliamo definirlo): non vi è alcun alone di maledettismo ad ammantare i personaggi e la vicenda, non vi è redenzione alcuna, bensì un mero scorrere senza vita, un muoversi senza alcuna direzione da un (non)luogo ad un altro (appartamenti angusti e lerci, locali, strade) con iconica circolarità; Alex e i suoi compagni di vita sembrano come risucchiati, costretti in un circolo vizioso dai confini invalicabili, una spirale autodistruttiva da cui sembra non esserci alcuna via d’uscita, e quasi nessuna volontà da parte loro di cercarne una; morti viventi mossi dalla pura e istintuale ricerca del piacere fisico, basso e animalesco: li osserviamo nel loro “fare cose” senza alcun fine, se non la continua ricerca di quel momentaneo sollievo a placare il loro senso d’angoscia e che possa riempire quella perpetua sensazione di vuoto di quel loop esistenziale senza senso e coordinate che è la (loro) vita.

Fabrizio Catalani

Il film è visibile sul sito The Open Reel.

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