Lo sguardo di Ulisse

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10.0 Awesome
  • VOTO 10

Qui i giorni di nebbia sono giorni di festa

Così allora anche l’anima,
se vuole conoscere se stessa,
dovrà guardare nell’anima
Platone, Alcibiade I, 133B

Rivedere, ma volendo anche ripensare Lo sguardo di Ulisse (To vlemma tou Odissea) a venticinque anni dalla sua realizzazione, è come accettare l’invito a un ballo di spettri. Un po’ per le sensazioni che la sontuosa pellicola di Angelopoulos ancora oggi riesce a comunicare, un po’ per quel senso di perdita trasmessosi drammaticamente dallo schermo alla realtà. Incipit dolente, il film stesso è dedicato alla memoria di Gian Maria Volonté, che morì di infarto durante le riprese venendo rimpiazzato nel ruolo dell’anziano direttore della Cineteca di Sarajevo da Erland Josephson, altro grande interprete scomparso invece nel 2012. E sempre nel 2012 è toccato all’autore, Theodoros Angelopoulos, lasciarci in seguito a un drammatico, assurdo incidente. Con l’ulteriore rimpianto di non vedere completata l’ultima trilogia del grande regista greco.

Nel tenere vivo il ricordo di questi fantasmi magnifici, però, stiamo seguendo anche un percorso tracciato con notevole sensibilità dagli organizzatori del 32° Trieste Film Festival, che hanno voluto aprire questa edizione proiettando in streaming Underground di Emir Kusturica, per poi chiuderla proprio con Lo sguardo di Ulisse. Qualcosa di più dell’atto dovuto o di semplice memoria cinefila, considerando tutto ciò che le due pellicole seppero rappresentare, al momento della loro uscita. Confluendo peraltro in un’edizione di Cannes, quella del 1995, a dir poco memorabile. Basta scorrere il palmares: Palma d’oro ad Underground e Grand Prix Speciale della Giuria a Lo sguardo di Ulisse, per l’appunto… ma si potrebbero aggiungere il Prix de la mise en scène a Mathieu Kassovitz per L’odio e la Caméra d’or tributata a Il palloncino bianco di Jafar Panahi, tra i segni più eclatanti dell’eccezionalità dell’annata. Una cornucopia cinematografica che generò persino qualche tensione, se vogliamo prestar fede alla spigliata aneddotica di un Kusturica il quale, ospite nel 2009 del Torino Film Festival, ci tenne a ricordare ai presenti con balcanica esuberanza qualche suo sfottò, conseguente alla cerimonia di premiazione del 1995, nei confronti del più compassato cineasta ellenico, reo a suo avviso di non aver preso bene la mancata Palma d’Oro a Lo sguardo d’Ulisse. Mettendo da parte il piccolo “gossip festivaliero”, quell’anno si era comunque verificato un autentico scontro tra Titani. Al di là poi delle evidenti differenze estetiche o di temperamento tra i due, sia Kusturica che Angelopoulos avevano saputo trasfigurare magnificamente quel clima di incertezza, di profondo spaesamento, che caratterizzava il periodo. E da entrambi i loro film emergeva peraltro l’intenzione di infrangere le barriere dello spazio, del tempo, per costruire una mitopoiesi dei Balcani destinata inesorabilmente a lambire, seppur con un taglio apparentemente marginale rispetto all’economia del racconto, l’enorme tragedia rappresentata dal conflitto nell’ex Yugoslavia. Tanto in Underground che ne Lo Sguardo di Ulisse pare condensarsi, conseguentemente, quel senso di cocente amarezza, di affetto e al contempo di comprensibile disincanto verso il destino dell’Europa, la cui onda lunga è giunta da metà anni ’90 fino ad oggi.

Senza mettere altra carne al fuoco, per ciò che concerne la recezione pubblica di tali opere, l’estetica raffinata e i temi tanto ponderosi esplorati ne Lo sguardo di Ulisse meritano, in ogni caso, un discorso a parte. Alter ego dell’autore ellenico sullo schermo, un Harvey Keitel forse mai così intenso è il veicolo su cui viaggia una riflessione profonda sul Novecento, nella cui resa filmica le dimensioni dello spazio e del tempo possono fluttuare fino a fondersi in una singola scena; dando così vita a struggenti cortocircuiti spazio-temporali, condensati in quei piani-sequenza dalla straordinaria forza evocativa, espressiva.
Sono davvero tante le sequenze fortemente iconiche, costruite intorno al viaggio allucinato nelle terre dell’Europa Sud-orientale che A, regista ossessionato dalla propria ricerca, ha deciso di affrontare. Dal simbolico e impressionante passaggio della chiatta sul Danubio, con la statua a pezzi di Lenin caricata a bordo, agli iperbolici tafferugli immaginati in Grecia per la proiezione di un film inviso ai conservatori e alla chiesa ortodossa. Dalle tristi vicende di una Romania in procinto nel Dopoguerra di passare sotto il giogo comunista, riassunte mirabilmente durante un ballo di Capodanno che vede trascorrere gli anni a ritmo di musica, fino a quello struggente, tragico piano-sequenza nella nebbia, in cui una lezione sui significati che può assumere il fuori campo nella sintassi cinematografica si trasforma progressivamente in straziante poesia. Già, il lirismo del linguaggio, sia figurativo che verbale, grazie anche alla collaborazione di Tonino Guerra fa sentire il suo peso ogni inquadratura che passa.

Il pretesto dell’Odissea cui va incontro il personaggio di Harvey Keitel è dato peraltro dall’ennesimo topos cinematografico, ovvero il ritrovamento di alcune bobine perdute, che nella finzione narrativa ci riporta alle scene di natura documentaristica, girate agli albori della settima arte in Grecia dai fratelli Manakis. Curioso notare come agli inizi del cinematografo compaiano così spesso dei consanguinei: i Manakis nei Balcani come i Lumière a Parigi, senza neppure dimenticare I fratelli Skladanowsky omaggiati da Wenders.
Forte anche della splendida fotografia di Yorgos Arvanitis, nonché delle musiche così empatiche composte da Eleni Karaindrou, Lo sguardo di Ulisse porta il suo malinconico eroe a contatto con i misteri del femminino (elegantemente racchiusi nelle diverse incarnazioni della vibrante attrice rumena Maia Morgenstern), con la follia della guerra, coi tortuosi percorsi della memoria. Regalandoci così un capolavoro che a ogni visione rigenera l’anima.

Stefano Coccia

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