L’inganno

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6.5 Awesome
  • voto 6.5

Tra le donne

Ha certamente ragione Sofia Coppola, quando afferma di non aver girato un remake de La notte brava del soldato Jonathan (1971) del grande Don Siegel, bensì un’altra trasposizione cinematografica del romanzo ispiratore scritto da Thomas P. Cullinan. Un modo elegante per mettere, come si suol dire, le mani avanti ed evitare paragoni improponibili con una delle opere maggiormente rappresentative dei malesseri striscianti del proprio tempo. Ne L’inganno infatti le carte in tavola cambiano di netto. Non più assoluta – e di pura impronta autoriale – incertezza ma simbolismi chiaramente intelligibili. Nessuna guerra tra sessi, innanzitutto. Anzi. Da una parte la guerra civile che imperversa negli Stai Uniti, mietendo vittime a ritmi da catena di montaggio; dall’altra, nel microcosmo dell’istituto dove trova rifugio dalla morte certa il caporale McBourney interpretato da Colin Farrell, una società di stampo pressoché contemporaneo dove paradossalmente il potere, nel profondo e tradizionalista sud degli States, è già finito in mano femminile. Ed è proprio quello il terreno dove si combatte un altro conflitto del tutto particolare, quello cioè relativo al risveglio dei sensi delle ospitanti capitanate dall’austera miss Martha (Nicole Kidman), causato dall’arrivo del militare ferito.
Da sempre affascinata dalle (molto problematiche) dinamiche relazionali che si instaurano nel confronto tra esponenti dell’ex sesso debole ed il resto della società – guardare ad esempio l’esordio de Il giardino del vergine suicide (1999), Lost in Translation (2003) oppure l’opera maggiormente rappresentativa di tale tendenza, ovvero Maria Antoinette (2006) – anche ne L’inganno la Coppola in versione sceneggiatrice sbozza con notevole abilità le caratteristiche delle signore e signorine presenti nella trama, mentre la regia – premiata al Festival di Cannes 2017 – dipinge con toni di assoluta classe l’atmosfera assieme incantevole e decadente di un’ambientazione fisicamente immota e da secoli eguale a se stessa. A tal proposito non sarebbe affatto azzardato definire L’inganno come un lungometraggio formalista nel senso migliore del termine: introducendo però nel plot una pulsione ansiogena relativa all’attesa di un qualcosa che, lo sanno bene autrice e spettatori, è destinato fatalmente ad accadere. Ed è proprio tale punto di svolta narrativo, da non rivelare per non sciupare l’effetto sorpresa, a rappresentare la maggior incognita sul giudizio complessivo de L’inganno. Da lì in poi, infatti, i toni del racconto, così efficaci nella cosiddetta parte preparatoria, si stemperano in un grottesco abbastanza stonato rispetto a ciò che si è visto in precedenza. Così The Beguiled – questo il titolo originale, lo stesso del film di Siegel – si trasforma, da limpida parabola morale che poteva apparire, in una sorta di apologo sin troppo esplicito sull’inferiorità sia sessuale che intellettuale maschile – resa anche, per sottolineare meglio il concetto, da un ulteriore “minus” fisico del personaggio – di fronte alle grandi manovre dell’altro sesso. Con il risultato, probabilmente del tutto opposto alle intenzioni dell’autrice, di rendere L’inganno un film attraversato da una certa vena misogina piuttosto che la definitiva affermazione di una verità per molti versi inconfutabile sulla maggiore razionalità femminile in situazioni anche scabrose come quelle rappresentate nel film.
Dispiace dunque nutrire delle riserve a proposito di un’opera comunque di livello superiore in quanto a comparti tecnici (bellissima la fotografia di Philippe Le Sourd ed efficacissime le ricostruzioni scenografiche d’epoca, opera di Anne Ross) e con un cast davvero di rilievo soprattutto nella parte muliebre, con una Elle Fanning capace di sancire definitivamente la propria metamorfosi da oggetto di bellezza in sboccio (nello straordinario The Neon Demon di Nicolas Winding Refn) ad abile provocatrice/predatrice di natura sensuale. Colin Farrell, al contrario, non potrà mai raggiungere il livello iconico, con relativo carico di simbolismi annesso, del grande Clint Eastwood, protagonista maschile del film di Siegel. Ma questa era cosa già abbondantemente nota.
Consideriamo allora L’inganno un’occasione in parte mancata ma con l’onore delle armi. Un film di transizione comunque appartenente in pieno alla poetica di una cineasta la quale già da tempo è riuscita nella affatto semplice impresa di togliersi di dosso l’ingombrante etichetta derivante dalla pesantezza del cognome paterno.

Daniele De Angelis

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