Light of My Life

0
5.5 Awesome
  • voto 5.5

Senza speranza…

Alice nella Città, sezione parallela della Festa del Cinema di Roma, per questa edizione 2019, ha deciso di fare le cose in grande. Dopo aver avuto in rassegna ospiti come Alexandra Daddario, Gabriel Batistuta e i Fratelli Dardenne, la rassegna ospita l’ultima fatica di Casey Affleck. L’attore Premio Oscar per Manchester by the Sea, porta a Roma il suo ultimo lungometraggio del quale è interprete, regista e sceneggiatore. Light of My Life è un film del quale si può parlare molto. E’ innovativo, ma allo stesso tempo è un copione che abbiamo già visto. In breve, il lungometraggio è ambientato in un mondo nel quale un virus letale ha decimato la popolazione femminile. Affleck interpreta il padre di una ragazzina che tenta in ogni modo di nascondere agli altri. Tuttavia non può impedirne la crescita, e allo stesso tempo, non può impedirle di scoprire il mondo; una realtà che però il protagonista vorrebbe tenergli nascosta. Il viaggio verso una meta sicura dei due protagonisti attraversa un’America ricca di scenografie naturali stupende per via del rigido inverno in cui è ambientato il film. Affleck e la giovane Anna Pniowsky, interprete della figlia Rag, sono gli unici protagonisti di questo film, salvo qualche breve apparizione qua e là nel corso della proiezione. Il viaggio che i due dovranno compiere non è soltanto per una metà sicura, ma per la ricerca di una speranza che, minuto dopo minuto, sembra sempre di più affievolirsi e scomparire. La sceneggiatura contiene alcuni flashback che rimandano al periodo in cui il personaggio di Affleck era felicemente sposato con la moglie, interpretata da Elizabeth Moss, passando per il giorno in cui nacque la piccola Rag, fino a giungere al momento in cui lei scopre di aver contratto la malattia e muore.
Uno script fortemente drammatico. Il protagonista non solo funge da padre e da protettore, ma cerca anche di insegnare alla figlia i valori di una società che fu, assumendo l’incarico di insegnante filosofo e narrastorie. Il tema c’è, le scenografie sono stupende, ma il film è troppo lungo e ci sono troppe scene senza un perché inserite in un contesto che già conosciamo. La sequenza iniziale infatti, ha una lunghezza di circa quindici minuti ed è completamente scollegata dalla trama del film. La forte componente di dialoghi inserita da Affleck nella sceneggiatura e le scene ad alto contenuto di tensione, scompongono un film che aveva tutti i presupposti per essere una fonte innovativo nel genere fantascientifico post apocalittico. Il film di Casey Affleck è interessante, ma a lungo andare annoia e il finale senza spiegazione, senza soluzione e senza speranza, ci portano a valutare questo film con un po’ di freddezza rispetto a quanto ci aspettassimo all’inizio. Nonostante tutto però, non è un’opera da scartare totalmente.

Stefano Berardo

Leave A Reply

tre × 2 =