L’età d’oro

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6.5 Awesome
  • voto 6.5

Il tramonto e l’alba

Come sempre, nel cinema di Emanuela Piovano, sono presenti molte cose. Belle, speranzose, tristi, malinconiche. Al centro della narrazione de L’età d’oro c’è il “miracolo” Cinema, osservato principalmente attraverso lo sguardo di persone che continuano a perpetuarlo. L’idea e l’emozione che si trasformano, per magia, in immagine proiettata su uno schermo. Ma anche la pulsione istintiva dell’essere umano di bloccare il tempo, immortalando così un presente che non diventerà mai passato. Molto tempo fa c’erano le prime macchine fotografiche, poi le cineprese. Ora anche un telefono cellulare consente di studiare un’immagine fissa o in movimento, provare a comprenderne i recessi più reconditi. Mutano dunque le modalità ma non gli scopi ultimi.
Ne L’età d’oro la Piovano si lancia generosamente in un confronto tra Cinema e vita vissuta, attraverso l’analisi del rapporto al crepuscolo tra Arabella (Laura Morante), donna ora malata che ha sempre creduto nella Settima Arte come decisivo veicolo socio-culturale, e suo figlio Sid, giovane architetto che raramente, nella propria esistenza, si è trovato in sintonia con gli ideali materni. Nell’intera durata di un film certamente troppo carico di simbolismi nonché frammentario nelle istanze portate avanti senza per questo essere privo di fascino, si assiste così al ritorno a casa del “figliol prodigo”, in una Puglia solare dove Arabella ha dato un decisivo impulso alla vita sociale mediante il restauro di una vecchia arena cinematografica. Il Cinema, paradossalmente ma non troppo, come fonte di vita da godere intellettualmente ma pure come sottrazione di affetto da parte di Sid, il quale ha sempre rimproverato alla madre il tempo dedicato alla sua passione e, di conseguenza, anteposto al proprio ruolo di genitrice. La sceneggiatura della cineasta torinese indugia piacevolmente su questo microcosmo gravitante attorno alla figura di Arabella; persone a cui lei, grazie all’iniziazione al “sacro” rito della visione cinematografica, ha radicalmente cambiato l’esistenza. Non a caso l’arena di Arabella è posta logisticamente di fronte alla chiesa cittadina, in una contiguità che non è affatto opposizione ideologica bensì simbolica diversificazione di qualcosa di ugualmente necessario. E infatti, nel toccante finale, i due luoghi quasi si fondono in un’unica entità, prima che vita e morte fisica separino le strade dei vari protagonisti nel corso di un epilogo che davvero somiglia molto all’esistenza vissuta nella sua capacità di coglierne tutti gli aspetti dolceamari.
Pur interrogandosi ripetutamente sullo scorrere inevitabile del tempo, sarebbe però un errore considerare L’età d’oro solamente una decadente opera sul concetto di Morte, inteso sia in senso materiale che artistico. Secondo la Piovano non sarà la tecnologia ad “uccidere” una Settima Arte che comunque vivrà per sempre nel cuore di ogni appassionato. Semmai muteranno i modi di fare e fruire cinema, almeno per tutti coloro che trovano e continueranno a trovare in questa sublime, poetica ma anche volgare e terrigna forma d’espressione quella sorta di godimento vicino all’estasi. Talvolta perduto nella contemplazione degli eccentrici ritratti di queste persone, dai personaggi principali fino a quelli secondari, L’età d’oro raggiunge il proprio obiettivo di esaltare gli aspetti melodrammatici della vita attraverso l’occhio adorante dell’immagine in movimento. Un’immagine che, lo sappiamo bene, può raccontare la più sincera delle verità ma pure la più piacevole delle bugie. Basta cambiare punto di vista. O soggettiva cinematografica. Forse il lungometraggio di Emanuela Piovano non riesce ad esplorare compiutamente tutto ciò; ma in tutta evidenza anche l’Arte, nelle sue forme più complesse, non può che prendere atto dell’imperfezione che la nutre e magari la stimola a raggiungere sempre nuovi traguardi. Questo ci suggerisce un film che, se di peccato si “macchia”, è di generosità e non avarizia nel narrare.

Daniele De Angelis

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