Le streghe son tornate

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7.5 Awesome
  • voto 7.5

Chi ha paura della femmina?

Insomma Le streghe son tornate. O meglio, dopo due anni di limbo approdano finalmente sugli schermi nostrani. Comunque meglio tardi che mai: l’irriverente lungometraggio di Álex de la Iglesia meritava ampiamente di vedere la luce del grande schermo. Anche perché trattasi del suo film più compatto, senza cali di ritmo pur mantenendo – anzi, se possibile accentuando – l’aura di lucida follia che ha sempre contraddistinto i suoi lavori.
Ciò che rende davvero unico, perlomeno rispetto ad altri lungometraggi del regista, Las brujas de Zugarramurdi – questo il titolo originale – è il lavoro di fine scalpello compiuto sulla psiche maschile, raramente messa a nudo con così tanta veemenza sotto le ingannevoli sembianze del film di genere. Sarebbe infatti assai comodo definire un semplice horror, sia pur impregnato di ironia, la fatica registica numero undici del cineasta originario di Bilbao. E, grattando sotto la superficie, probabilmente lo è, a tutti gli effetti. Ma la visione è “orrorifica” esclusivamente dal punto di vista maschile, in quanto attesta una volta per tutte la superiorità femminile in ogni campo possibile e immaginabile. Nel caso specifico solo una lettura molto superficiale potrebbe lasciar trasparire una vulgata misogina relativa al film: le streghe sono tali perché dotate, al di là di qualsiasi ragionevole dubbio, di “poteri superiori” dei quali gli uomini sono in tutta evidenza sprovvisti. Già i titoli di testa de Le streghe son tornate raccontano in modo esplicito gli intenti del film. Scorrono disegni archetipici di stregoneria e fecondità, accanto ai quali de la Iglesia alterna immagini di donne famose e potenti come Angela Merkel, Margaret Thatcher, oppure le dive cinematografiche Greta Garbo e Marlene Dietrich. Le “streghe”, insomma, sono tra noi; anzi, probabilmente ci hanno fatto compagnia sin dalla notte dei tempi. Se per il collega ispanico Pedro Almodóvar erano le donne, tanti anni fa, ad essere “sull’orlo di una crisi di nervi”, ne Le streghe son tornate si racconta di un manipolo di uomini disperati, in fuga sia dalla rapina più eccentrica della storia del Cinema – ogni paragone con il cinema di Quentin Tarantino è severamente proibito, per carità… – che soprattutto dalle rispettive mogli e compagnie che li sovrastano senza pietà, come logica vuole. Arrivano al paesino del titolo originale, al confine con la Francia, e trovano le streghe. Generazioni di streghe. Come una sorta di inevitabile contrappasso, come la materializzazione degli incubi più reconditi dell’inconscio. Non a caso, uno dei personaggi maschili ripete come un mantra che, man mano che l’incubo avanza, il tutto non è reale, non può esserlo. Forse ha ragione: sicuramente è solo cinema, almeno fino ad un certo punto. Il regista limita i cali di ritmo alla (inevitabile?) parentesi sentimentale tra il capo della raccogliticcia banda Hugo Silva e l’irresistibile strega junior Carolina Bang, alla quale il regista innamorato – lei è la sua compagna nella vita reale – affibbia il nome più che simbolico di Eva, donna tra le donne. E dopo aver assistito al suo numero non convenzionale con la scopa, si sarebbe tentati di dire che abbia fatto bene. Poi, con l’apparizione della Grande Madre, orrida gigantessa dagli attributi femminili iperbolicamente sviluppati, il grottesco si fa purissimo trash e l’applauso ideale non può non scattare. Se l’accusa dei detrattori verso de la Iglesia è sempre stata quella di imbastire situazioni, socialmente e politicamente (vedere ad esempio la descrizione del condominio sui generis de La comunidad del 2000, oppure l’affresco franchista nel premiatissimo Ballata dell’odio e dell’amore del 2010), urticanti senza il coraggio di portarle sino in fondo, nel caso de Le streghe son tornate si affrontano le più estreme conseguenze. Sempre con un sorriso acidulo stampato sul volto, relativamente allo spettatore di sesso maschile. E non inganni il finto lieto fine con annessa morale incorporata; poiché questo, ribadiamolo ancora una volta, è un film definitivamente dalla parte della donna.
Buon divertimento, allora. Soprattutto a quello che, un tempo remoto, è stato etichettato come “sesso debole”. Mai errore di valutazione fu più madornale, in verità…

Daniele De Angelis

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