Le donne e il desiderio

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7.0 Awesome
  • voto 7

L’insostenibile pesantezza del vivere

Il grande merito del giovane (classe 1980) cineasta polacco Tomasz Wasilewski – giunto all’opera terza – è quello di mettere la stratificata psicologia femminile al centro della narrazione dei lungometraggi da lui diretti. Aspetto quest’ultimo abbastanza anomalo in una cinematografia polacca storicamente contrassegnata da una tendenza al protagonismo maschile. Altro punto a favore del suo Le donne e il desiderio è l’indubbia capacità di costruire attorno ai personaggi femminili del film una scrittura ad incastro capace di rasentare la perfezione, come riconosciuto dalla giuria della Berlinale 2016 che ha gratificato il film con l’Orso d’Argento per la migliore sceneggiatura. Le protagoniste de Le donne e il desiderio, ambientato nella Polonia dei primi anni novanta, si muovono in ambienti chiusi e simbolicamente claustrofobici come appartamenti e luoghi di lavoro, rendendo la loro disperazione esistenziale una sensazione quasi tattile nei confronti dello spettatore. La solitudine, anche e soprattutto in ambito famigliare, è il comune denominatore delle vite di Agata, Renata e Iza (interpretate da tre attrici assolutamente impeccabili come Julia Kiwoska, Dorota Kolak e Magdalena Cielecka), donne qualunque di età variabile che cercano un modo per evadere dall’alienante routine quotidiana. I grandi fermenti politici della Polonia di quegli anni rimangono sullo sfondo, semplicemente evocati in un contesto di totale stallo esistenziale che rovescia l’ambito personale rispetto a quello sociale; mentre resta ben presente la soffocante componente cattolica, a dettare un po’ ipocritamente regole comportamentali di tipo morale destinate ad essere, inevitabilmente, infrante allo scopo di provare nuove esperienze. Una contraddizione che emerge con nitore nell’ultima fatica di Wasilewski, opera dalle numerose chiavi di lettura socio-politiche riguardanti il ruolo femminile in una società del tutto ancorata a valori antiquati. Ora come allora. E la lucidità di tale teorema messo in scena in maniera compiutamente algida da Wasilewski sta tutta nella struttura a spirale di una narrazione che si apre su un pranzo elegante che vede coinvolte alcune delle protagoniste del film e si chiude, senza speranza né possibilità di scampo, con i ripetuti conati di vomito da parte di una di esse, a seguito di un abuso alcolico e di una violenza sessuale subita una volta privata dei sensi.
Senza per forza di cose chiamare in causa l’estrema organicità e determinatezza del cinema irraggiungibile di Krzysztof Kieślowski ogni qual volta un regista polacco si affaccia alla ribalta del cinema festivaliero, giova forse sottolineare altre componenti di un’opera, per sua stessa costituzione, ostica e respingente ad un grado superficiale di lettura. Un pessimismo privo di luce caratterizza infatti Le donne e il desiderio – titolo italiano con qualcosa di vagamente e amaramente ironico perché tali pulsioni sono destinate a rimanere semplici utopie – anche nell’apparato formale, costituito da piani fissi, fotografia dai toni cromatici a dir poco lividi nonché ad un’esposizione ripetuta di corpi nudi per lo più privi di grazia e avvenenza giovanile. Come se Wasilewski volesse continuamente ricordare al suo pubblico il fatto che dopo quella lunga, inutile, attesa chiamata ciclo vitale può esistere solo una fine triste e solitaria. Da qui origina un sospetto di eccessiva programmaticità in chiave negativa che potrebbe destare qualche riserva critica sul giudizio di un lungometraggio completamente scevro da qualsiasi apertura alla speranza. Una cifra stilistica che probabilmente stupisce poco chi ha vissuto o vive tuttora in quei paesi dove il comunismo oligarchico, in un recente passato, ha fatto tabula rasa di ogni impulso d’entusiasmo nei confronti di esistenze sin troppo omologate per non generare depressione. Una sorta di contagio che “rischia” di passare anche dall’altra parte dello schermo, a testimonianza sia dell’efficacia del film che del proprio (Coraggioso? Calcolato?) radicalismo di fondo.

Daniele De Angelis

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