L’assassina

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7.5 Awesome
  • VOTO 7.5

Il sangue non si cancella

Non è mai troppo tardi per recuperare quei film dei quali si è sentito parlare un gran bene, ma che per un motivo o per un altro sono sfuggiti dalla gettata del proprio radar per rientrarci qualche anno dopo. Tra questi c’è L’assassina (The Villainess), l’action firmato da Byung-gil Jung che dopo la straordinaria accoglienza ricevuta alla première nel fuori concorso di Cannes 2017 è approdato nel catalogo di Netflix, laddove lo abbiamo potuto ammirare in tutta la sua iper-cinetica e spettacolare bellezza. Bellezza che è il frutto maturo e succulento di un impatto visivo della messa in quadro che sul piano marziale e balistico ha pochi rivali nell’ultimo decennio. Merito di una manciata di scene che da sole valgono il prezzo del biglietto, capaci di sparare nelle vene dello spettatore di turno una dose massiccia di adrenalina al limite dell’overdose, che possono anche creare dipendenza.
Lo stile aggressivo, vorticoso e pirotecnico offerto dal cineasta sudcoreano è di quelli che riescono a gettare fumo negli occhi del fruitore, quest’ultimo travolto da una raffica di inquadrature scaricate sullo schermo a ritmo forsennato, con combattimenti e sparatorie che riportano alla mente le meraviglie di The Raid o dei thai action di Prachya Pinkaew (su tutti Chocolate e The Protector). Sono sufficienti un prologo e un epilogo in piano sequenza da manuale, nei quali un gioco riuscito di soggettive e oggettive genera in entrambi i casi un’orgia di corpi maciullati, piombo, lame, sangue a volontà e arti spezzati, che in confronto le scene di Kill Bill sembrano dei semplici esercizi di stile, per strappare applausi scroscianti. Nel mezzo due ore che appaiono fin troppo generose, ma che un inseguimento sulle due ruote con tanto di combattimenti in sella a duecento all’ora e incidenti in sequenza, riesce quantomeno a mitigare, offuscando persino quello in autostrada filmato da Andy e Larry Wachowski in Matrix Reloaded.
Questo per dire che in L’assassina la forma vale più del contenuto, quest’ultimo messo in secondo piano da una estetica videoludica che è autentica gioia per gli occhi e non per le orecchie, continuamente sollecitate da un divertentissimo caos visivo e sonoro. È sufficiente attendere la fine dello spericolato incipit per rendersi conto che la trama proposta dal regista stesso e dal collega di scrittura Byeong-sik Jung altro non è che un mix di plot e situazioni già codificate, che vedono l’ennesima amazzone guerriera, iper-addestrata e letale, lasciare dietro di sé pile di cadaveri mentre compie il suo cammino di vendetta per colmare il proprio dolore e provare a riconquistare la libertà. Inevitabile che nell’assistere alle gesta di Sook-hee (interpretata da una convincente Ok-bin Kim) affiorino nella mente di chi guarda una serie di analogie e déjà-vu, con una scia di sangue che da Lady Snowblood porta diritti all’esercito di vendicatrici smascherate degli ultimi decenni, ma al cospetto di una confezione e di una regia come quella proposta da Byung-gil Jung e dal suo staff siamo disposti a passare sopra la mancanza di originalità e alle tante digressioni narrative per goderci lo show.

Francesco Del Grosso

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