L’Armée Rouge

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7.0 Awesome
  • voto 7

Io ce la farò

L’arte è uno dei modi attraverso i quali si può uscire da una situazione di disagio e trovare il proprio posto nel mondo. La musica, tra le forme d’arte, è la prediletta in questo senso. Non è insolito che i musicisti abbiano storie di disagio sociale alle spalle, superate attraverso il successo nel mondo della musica. La voglia di riscatto è un propellente potente verso l’affermazione personale, in campo artistico come in qualunque altro. Il desiderio di un riscatto sociale attraverso la musica pare proprio essere il nucleo di questo L’Armée Rouge, documentario in concorso nella sezione EXTR’A del 30° Festival del Cinema Africano, d’Asia e America Latina realizzato da Luca Ciriello. L’opera segue le vicende del giovane ivoriano Idrissa Koné, residente a Napoli, che sogna di diventare il re del coupé décalé in Europa con il nome d’arte di Birco Clinton. Per farlo fonda L’Armée Rouge, un gruppo che lo accompagna e supporta nel suo progetto.
Attraverso l’occhio di una macchina da presa che ci porta tra i protagonisti in maniera immersiva, che ci aiuta ad entrare in una dimensione conviviale con essi, il regista ci apre al mondo dell’aspirante stella della musica. Si avverte sempre da parte della regia una attiva partecipazione ed una forte empatia verso Koné. Il regista simpatizza con il ragazzo e si incolla a lui seguendolo passo passo nell’organizzazione di una serata per il 24 Dicembre. Prendendo in considerazione questa piccola parte della vita di Idrissa ne fa una sineddoche per parlare di tutta la sua biografia e metterne in luce l’intera personalità ed esistenza. Nonostante ciò che si potrebbe pensare non è affatto una storia di immigrazione, certo il discorso filtra tra le righe, è quasi inevitabile, ma ciò che davvero interessa a Ciriello è parlare della straordinaria forza di volontà del suo protagonista, della sua determinazione ad emergere e diventare un riferimento dentro e fuori la sua comunità. Sarebbe probabilmente molto più facile per lui tornare in patria e tentare la fortuna musicale lì; oppure emigrare in Francia, dove la comunità africana francofona è molto più folta e potrebbe quindi trovare più facilmente un pubblico. Ma no, lui sceglie la strada difficile. Vuole fare di Napoli e dell’Italia il suo regno, fare qui ciò che nessun altro ha fatto prima, questa è la montagna del quale vuole essere re. Nel farlo non si comporta come uno sprovveduto, ma anzi dimostra intelligenza e grande spirito, nei fatti è già riuscito a creare un primo nucleo di comunità e pubblico.
Ci sarebbero un milione di motivi per mollare e uno solo per andare avanti, che poi è l’unico che conta. Pur attraverso la forma documentario, il regista napoletano crea un racconto di ambizione e riscatto nella più brillante tradizione del cinema hollywoodiano. Spesso quello dei documentari è uno sguardo a posteriori, ripercorrono ciò che è già successo con occhio da storico. Qui invece siamo all’inizio della storia, lo sguardo è proiettato al futuro.

Luca Bovio

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