L’angle mort

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6.0 Awesome
  • voto 6

Super poteri… super problemi

La coppia di autori francesi Patrick Mario Bernard (1961) e Pierre Trividic (1957), in questi ultimi vent’anni si è ritagliata un proprio spazio nella cinematografia francese. Anche nei festival hanno sempre ottenuto congrui apprezzamenti da una sostanziosa parte della critica. Sono due autori schivi, con una filmografia esigua: sei titoli realizzati fino ad oggi. E tra l’altro, di questi solo tre sono lungometraggi di finzione. Hanno mostrato il loro particolare estro cinematografico già all’esordio con il breve documentario televisivo Le cas Howard Phillips Lovecraft (1999), facente parte della serie Un siècle d’écrivains, e che fu incensato con ben quattro premi in differenti festival internazionali. Con il dramma Dancing (2003) esordirono nel cinema, e vi apparivano anche nei ruoli dei protagonisti; anche in questo caso ben tre premi ricevuti, oltre alla presentazione al Tribeca Film Festival. È con il secondo lungometraggio L’autre (2008), però, che si impongono definitivamente a livello internazionale. Questo dramma femminile fu presentato in concorso alla 65º Mostra del cinema di Venezia, e la protagonista Dominique Blanc ottenne la Coppa Volpi per la migliore interpretazione femminile. Dopo ben 11 anni di silenzio, rotti solo dalla realizzazione del documentario Good (2018), il duo è tornato con L’angle mort (2019).

Presentato al Festival di Cannes 2019, nella sezione ACID, è stato poi selezionato per l’annuale Festival #Cineuropa34. Una lunga attesa che, fatta la giusta tara critica alla pellicola, non lascia completamente indifferenti, e confermando per la sesta volta che il duo ha le idee chiare sul cinema che vogliono realizzare e proporre. L’angle mort, distribuito internazionalmente come Blind Point, significa “punto cieco”, ossia quella piccola zona della retina che non ha recettori per la luce, quindi non trasmette immagini al cervello. La pellicola racconta di Dominick (Jean-Christophe Folly) che ha il dono di divenire invisibile, ma è una dote non ottenuta attraverso esperimenti o indumenti particolari, come ha mostrato la pellicola L’uomo invisibile (The Invisible Man, 2020) di Leigh Whannell, ma è una particolare qualità che ha sin dalla nascita. Il duo Bernard e Trividic traggono ispirazione dall’idea alla base del romanzo “L’uomo invisibile” di H.G. Wells, ovvero l’invisibilità e ciò che permette, e la contaminano con il discorso che sottostà alla fisionomia dei personaggi creati dalla Marvel, cioè l’eroe ha super poteri ma ha anche super problemi. Bernard e Trividic, affrontando questo tema fantasioso, lo piegano alla realtà, perché lo utilizzano come metafora: una discettazione amara sul tema dell’esclusione sociale, e non a caso hanno scelto per protagonista un attore nero. Dominick non è un eroe, ma un anti-eroe, un ragazzo comune che non approfitta del dono per compiere chissà quali mirabolanti avventure, la sfrutta solo per casti usi personali, tipo spiare la vicina senza essere visto, che poi scoprirà essere cieca. I due autori concedono anche un po’ d’ironia, quando in un flashback mostrano il piccolo Dominick che se ne giova per nascondersi dai suoi due genitori. Affrontando un tema del genere si potrebbe pensare che la pellicola deve essere piena di effetti speciali, invece ecco l’aspetto intelligente dell’operazione: Dominick per essere completamente invisibile deve restare completamente nudo, togliersi i vestiti. Un escamotage narrativo e tecnico che permette anche di evitare artificiosi effetti speciali, come ad esempio mostrano nella clip in cui un illusionista fa sfoggio di questa dote, con occhiali neri e cappotto lungo fluttuanti in movimenti plastici. Se da un lato L’angle mort avvalora le peculiarità cinematografiche del duo, dall’altro è conferma che fanno un cinema troppo elitario: opere ben confezionate, buona direzione degli attori e con un solido spunto narrativo, ma “gelido” nello svolgimento.

Roberto Baldassarre

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