L’angelo del male – Brightburn

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5.0 Awesome
  • voto 5

Dalle stelle alla stalla

Quella dei cosiddetti bambini malefici è una moda che, dalle parti di Hollywood, ritorna puntualmente ad ondate. Vi si trovano esempi in ogni decade attraversata dalla storia del cinema. Quest’anno, dopo la possessione diabolica di The Prodigy – Il figlio del male di Nicholas McCarthy, tocca alla fanciullezza “alienata” de L’angelo del male – Brightburn (notare l’assonanza della titolazione italiana), dove l’aggettivo usato va inteso nel senso più vasto e simbolico del termine. E l’idea di fondo del film diretto da David Yarovesky, sulla carta, non sarebbe nemmeno male. Quella cioè di mettere in scena un piccolo supereroe – il protagonista Brandon ha dodici anni – che usa i suoi poteri per distruggere anziché a fin di bene. Se poi ci aggiungiamo l’egida produttiva al tutto di James Gunn, ecco che il grado di aspettativa verso il lungometraggio sale fino a tramutarsi un una malcelata curiosità. In verità non troppo ben riposta. Perché ben presto si scopre che, scorrendo i crediti, il James della saga di Guardiani della galassia in fase di sceneggiatura non c’è entrato proprio, delegando la questione al fratello Brian Gunn e al cugino Mark Gunn. I quali possono essere considerati in ogni modo possibile o immaginabile tranne che al livello del loro illustre parente.
Ecco allora che il giovanissimo Brandon, una volta scoperto il segreto che ne marchia l’esistenza (celato, si fa per dire, nella stalla del ranch di famiglia…) e compreso di essere in possesso di capacità aeree nonché di una forza fisica affatto comune, ascoltata una misteriosa voce interspaziale (!) che lo incita a divenire padrone del mondo (!!) comincia a manifestare una certa volontà omicida. Mammina (adottiva) fino ad un certo punto non sospetta e difende il pargolo, papà (adottivo pure lui) capisce tutto ma troppo tardi. La fiera dello scontato, insomma.
E tuttavia il problema non sta tanto nella derivatività estrema della trama, quanto nella totale sconnessione interna dello script. Indossata una mascherina che si vorrebbe inquietante, Brandon comincia a perseguire una propria vendetta personale in modalità random, senza soverchie giustificazioni alle nefandezze commesse. Brightburn – il titolo originale prende il nome dalla desolata località rurale del Kansas che fa da sfondo alla vicenda – non approfondisce alcuno dei numerosi sottotesti socio-politici potenzialmente esistenti, limitando il film ad una filiera di sequenze tese a generare una suspense meccanica e priva di autentico pathos. Nemmeno la regia del carneade Yarovesky giunge in soccorso della causa, rivelandosi sciatta e prevedibile anziché ruspante come un buon B movie, almeno di facciata, prevedrebbe. Esattamente al pari del cast, anonimo e senza nerbo, dove pure l’altrove brava Elizabeth Banks pare recitare solo per onorare un contratto firmato. Tutte componenti che, nella loro somma, contribuiscono a fare de L’angelo del male – Brightburn la classica occasione mancata: c’era davvero la possibilità di esplorare la psiche di un piccolo “anti-Superman” non poco perversa; mentre il risultato finale è quello di un’operina sconclusionata che si riscatta solo parzialmente in un epilogo catastrofico dove s’intravede, quasi per errore, la mano anarchica e beffarda del Gunn più noto e dotato, con tanto di apparizione del suo attore feticcio Michael Rooker sui titoli di coda. Troppo poco e troppo tardi per salvare il film dalla propria inettitudine di prodotto da discount all’ingrosso riservato a palati facili.

Daniele De Angelis

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