L’amore non perdona

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5.0 Awesome
  • voto 5

Salviamoci

Vorrebbe essere una storia sentimentale intrisa del neo-neorealismo dei nostri, difficilissimi, tempi L’amore non perdona. Con molti sottotesti potenzialmente importanti dai quali prendere le mosse: la passione in età avanzata, il pregiudizio razziale, il concetto di morale velato di ipocrisia nella società italiana. Dal passato di documentarista del regista Stefano Consiglio ci si sarebbe aspettata un’opera in cui la macchina da presa restasse incollata ai corpi, ai volti dei due personaggi principali, la vedova sessantenne di origine francese ed il giovane marocchino, tra i quali scatta prima un’attrazione irrefrenabile, seguita poi da un affetto profondo. E attraverso i loro sguardi l’emergere del ritratto di un Italia ancora troppo succube di irrisolvibili contraddizioni per accettare una relazione del genere. Invece, quasi per una sorta di doloroso contrappasso, la finzione finisce con il divorarsi la realtà, mettendo in scena, nel corso dei lunghissimi, quasi eterni, novanta minuti scarsi de L’amore non perdona, solamente una sequela infinita di luoghi comuni e personaggi assai poco credibili, degni discendenti di quella dimensione para-televisiva dalla quale il film – sempre in teoria – si sarebbe dovuto mantenere a distanza siderale. Tutto suona forzato, artefatto, con pochissimi momenti (ad esempio il corteggiamento del giovane marocchino sotto casa di lei per un’intera notte, con un mazzo di rose in mano) poetici capaci di restare nella memoria di chi guarda un film nato da una valutazione completamente sbagliata: l’illusione cioè di riuscire a veicolare un nobile messaggio partendo dalla carta scritta (leggasi sceneggiatura), ovvero una posizione autoriale privilegiata in modo assai presunto, evitando di immergersi nel metaforico fango della vita quotidiana. L’amore non perdona, detto brutalmente, è un film nato “d’essai” e pronto a morire in nome dell’appartenenza ad un cinema di qualità che tale, alla prova dei fatti, non si dimostra. Dispiace soprattutto che a pagarne le conseguenze sia un’ottima attrice come Ariane Ascaride, musa e compagna di Robert Guédiguian, in genere abituata ad una recitazione in dolorosa sottrazione e qui costretta dallo script ad acrobazie interpretative al limite dello schizoide nel descrivere le paure del suo personaggio nei confronti di una società che ancora colleziona tabù come si trattasse delle figurine di un album. Mentre Helmi Dridi – che interpreta il marocchino Mohammed – si irrigidisce in una performance sin troppo angelicata e salvifica per sembrare anche autentica e sincera e Francesca Inaudi, forse la più credibile nella parte della figlia della protagonista Adrienne, ha l’ingrato ruolo di funzionare da rifrangente negativo di ogni concetto di prevenzione possibile ed immaginabile.
Non bastasse dunque il già saturo contesto narrativo sinora descritto, si resta molto relativamente sorpresi quando gli autori (oltre al regista Stefano Consiglio, anche il cosceneggiatore Mimmo Rafele) decidono sciaguratamente di buttare sul tappeto anche la bruciante questione del terrorismo islamico, a mo’ di pretesto per separare in misura ancora maggiore i destini dei protagonisti nonché a far sembrare la loro love-story una lunga e quasi impossibile corsa ad ostacoli. Ma in una Bari diligentemente ripresa alla stregua di un “non-luogo” astratto e simbolico, i confini della solitudine sono ridottissimi ed i due finiranno sempre con l’incontrarsi di nuovo, in un infinito tira e molla in grado di sfibrare l’attenzione persino dello spettatore più paziente. Il quale non può, alla fine, che sentirsi tradito da un film che avrebbe dovuto interiorizzare i meccanismi del melodramma, facendo così scaturire empatia e suspense per le sorti dei due personaggi, piuttosto che renderli marionette al servizio di uno sterile gioco inutilmente screziato sia da deleterio intellettualismo che da falso impegno civile.
L’amore non perdona, ingannevole già dal titolo discretamente pomposo, rimane purtroppo un’operazione del tutto fine a se stessa, mai in grado di dialogare con un pubblico certamente disponibile al confronto su argomenti di così stringente attualità ed importanza. I quali restano lettera totalmente inerte, se non defunta in partenza per programmatica mancanza di anima. Un vero peccato.

Daniele De Angelis

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