L’altra metà della storia

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7.0 Awesome
  • voto 7

(A)Normale quotidianità

Stimato regista in India, ancor più lanciato negli Stati Uniti, il giovane cineasta indiano Ritesh Batra, dopo una partenza in quarta con il suo lungometraggio d’esordio Lunchbox – candidato per l’India all’Oscar come Miglior Film Straniero nel 2014 – ha realizzato, nell’arco di un anno, ben altri due importanti film, l’ultimo dei quali – Our Souls at Night, presentato Fuori Concorso alla 74° Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia – ha visto un’altra delle straordinarie performances della coppia Robert Redford-Jane Fonda, premiati per l’occasione con il Leone d’Oro alla Carriera. Sull’onda del successo riscosso dai due sopracitati lavori, poco stupisce il fatto che L’altra metà della storia, girato precedentemente rispetto a Our Souls at Night, abbia suscitato importanti aspettative da parte di pubblico e critica. Se non altro perché si tratta del primo lungometraggio dell’autore girato negli Stati Uniti, nonché solo seconda opera da lui realizzata. E, di fatto, rappresenta una sorta di ponte tra i due periodi della – per ora breve – carriera di Batra stesso. Ma andiamo per gradi.
Perfettamente in linea con il resto della sua filmografia, anche in questa occasione Batra ha voluto mettere in scena una delicata storia di normale quotidianità: Tony Webster è un tranquillo pensionato, divorziato, appassionato di macchine fotografiche d’epoca ed in procinto di diventare nonno. Un giorno, però, la sua vita sembra subire uno scossone, nel momento in cui viene a sapere che la madre della ragazza con cui stava all’università, Veronica, gli ha lasciato in eredità il diario segreto del suo migliore amico dell’epoca, diventato successivamente il fidanzato di Veronica, e al quale, in seguito a ciò, Tony aveva scritto, a suo tempo, una velenosissima lettera.
Ed ecco che la quotidianità del tranquillo pensionato non è più così monotona, tra sensi di colpa, desiderio di scoprire la verità, pedinamenti e, primo fra tutti, il passato che ritorna.
Ciò che viene messo in scena è, tuttavia, innanzitutto un dramma personale, o meglio, un percorso di crescita e di scoperta dei valori che hanno davvero importanza nella vita. Gli eventi scatenanti divengono, dunque, solo dei pretesti (quasi) marginali per raccontare l’interiorità del protagonista stesso: seppur il passato ci venga raccontato con il giusto ritmo e giusti ribaltamenti (particolarmente d’effetto, a tal proposito, i numerosi flashback), il regista evita sapientemente di fargli “invadere” eccessivamente il presente. Lo stesso personaggio di Veronica (interpretato dall’ottima Charlotte Rampling), tanto affascinante quanto misterioso, viene perlopiù osservato a distanza, analogamente a quanto fa lo stesso Tony durante i suoi pedinamenti.
Ma la vera peculiarità di L’altra metà della storia è, di fatto, un’altra: come abbiamo visto in Lunchbox, così come in Our Souls at Night, Ritesh Batra ha fin da subito dimostrato uno spiccato talento nel raccontare la più semplice quotidianità, con tutti i suoi “rituali”, con le azioni abitudinarie e ripetitive dei protagonisti e con, di fatto, una sorta di quiete di fondo che si fa leit motiv di tutta la filmografia del giovane regista indiano. Benvenuti, dunque, plongés che ci mostrano le mani di Tony intente ad apparecchiare la tavola per colazione, così come primi piani del protagonista mentre guarda amorevolmente le sue amate macchine fotografiche, senza dimenticare le buffe espressioni del giovane postino che ogni mattina bussando alla porta di Tony, è costretto a subire i malumori dell’uomo.
E così, anche per L’altra metà della storia, così come per gli altri film di Batra, l’effetto finale al termine della visione, è lo stesso: un piacevole senso di appagamento e di tranquillità regalatoci da uno sguardo attento, sensibile e mai invadente o retorico. Cosa, questa, assolutamente non da poco.

Marina Pavido

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