La vita invisibile di Eurídice Gusmão

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7.0 Awesome
  • voto 7

Due sorelle

Quale peso possono avere le convenzioni e la facciata sociale sulla vita di una persona? In che modo una giovane donna dovrà lottare per raggiungere i propri obiettivi o, perlomeno, per poter arrivare a fine mese garantendo una vita serena ai propri figli? Questo è ciò su cui è incentrato il lungometraggio La vita invisibile di Eurídice Gusmão – tratto dall’omonimo romanzo di Martha Batalha – per la regia del brasiliano Karim Aïnouz, nonché vincitore della sezione Un Certain Regard alla 72° edizione del Festival di Cannes.
Ambientato in una Rio de Janeiro dei primi anni Cinquanta, il lungometraggio mette in scena le tormentate vicende di due sorelle: Euridice e Guida. Le due giovani, da sempre molto legate, avranno non pochi problemi a causa di un padre severo e fortemente legato alle convenzioni, il quale spingerà Guida a fuggire di casa insieme a un marinaio greco conosciuto da poco. Euridice, che invece ha sempre desiderato entrare a far parte del conservatorio di Vienna, si sposerà con un uomo che non sembra dare alcuna importanza ai suoi desideri e che la costringerà a una vita da casalinga. Nel momento in cui Guida farà ritorno a casa dai suoi single e incinta, verrà mandata immediatamente via e non le sarà nemmeno data la possibilità di rivedere sua sorella.
Che la continua ricerca di una al fine di rivedere l’altra rappresenti proprio il cuore del presente lavoro, lo si può immaginare sin dall’inizio. Perché, di fatto, la pecca principale di un lungometraggio come il presente è proprio una scontata prevedibilità unita a una marcata retorica che va ad accentuarsi man mano che ci si avvicina al finale. Eppure, malgrado ciò, fin dai primi minuti si gusta con piacere la messa in scena curata fin nel minimo dettaglio, ma, allo stesso tempo, iper realistica di La vita invisibile di Eurídice Gusmão.
Veri e propri fiori all’occhiello sono, infatti, colori accesi – che ben stanno a caratterizzare le forti passioni vissute dalle due giovani protagoniste – ambientazioni che ci trasportano in luoghi tanto lontani ma così affascinanti nel loro decadentismo e, non per ultime, due attrici – Carol Duarte e Julia Stockler nei ruoli delle sorelle Euridice e Guida – che ben sanno reggere un intero lavoro sulle loro spalle, per una storia sì prevedibile, sì fortemente retorica, ma a cui, di fatto, non si può non riconoscere un certo innato appeal.
E se il regista – optando rigorosamente per una camera a spalla che sta a sottolineare il senso di realtà qui messo in scena – ogni tanto si lascia prendere un po’ troppo la mano da cosiddette “cadute di stile”, come, ad esempio, il frequente uso di didascalici ralenty a sottolineare il senso di drammaticità di una determinata scena, la cosa, fortunatamente, non ha un peso eccessivo se si pensa all’interno lavoro nella sua interezza.
Il presente La vita invisibile di Eurídice Gusmão, dunque, si è rivelato un prodotto tutto sommato gradevole e pulito, a cui si perdonano facilmente i suddetti “peccati veniali”, così come la sua stessa prevedibilità, unico, vero suo tallone d’Achille che, fortunatamente, non sta a influire eccessivamente sulla resa finale.

Marina Pavido

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