La trasfigurazione del reale: un ricordo di Abbas Kiarostami

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Un poeta per immagini

Però non possiamo dire solo un film iraniano, insomma! Questo film è una riflessione sul potere del cinema!”: così Nanni Moretti apostrofa la sua cassiera, del cinema Nuovo Sacher, istruendola sul come rispondere alle telefonate, mentre si programma Close Up, uno dei capolavori dell’allora misconosciuto regista iraniano Abbas Kiarostami, regista che ora è venuto a mancare in un ospedale di Parigi, lasciando così nel cinema mondiale un vuoto pari a quelle gigantesche voragini che si vedono nelle lande desertiche e desolate dei suoi film.

La gustosa scenetta di cui sopra è tratta dal cortometraggio Il giorno della prima di Close Up, del 1996 dove Moretti si ritrae, come esercente e distributore, di un film iraniano. Dobbiamo certamente a lui il merito di aver portato in Italia quello che sarebbe stato presto riconosciuto come uno dei più importanti cineasti a livello mondiale, capace di riflettere con incredibile acume sul mezzo cinema, portando avanti i ragionamenti autoriflessivi di registi che conoscevamo bene, come il Truffaut di Effetto notte, per esempio. Close Up partiva da un fatto di cronaca, un mitomane che si spacciava per il collega di Kiarostami Mohsen Makhmalbaf: Kiarostami decide così di lasciare il progetto cui stava lavorando per dedicarsi a questo episodio. La realtà irrompe nel cinema, ma una realtà a sua volta condizionata dal cinema, in un film dove realtà e finzione si rincorrono l’una con l’altra. Close Up faceva così scoprire una cinematografia di cui pochi sapevano l’esistenza, faceva vedere le mille sfaccettature di un paese che in Occidente veniva semplicemente liquidato come oscurantista e medioevale. Il giornalista iraniano, personaggio reale, che, intervistato, si definiva un grande ammiratore di Oriana Fallaci sorprendeva, pensando a come la Fallaci aveva sbeffeggiato, durante una celebre intervista, l’ayatollah Khomeynī, togliendosi davanti a lui il velo islamico.

Il cinema iraniano sarebbe presto diventato onnipresente a tutti i festival. E alla generazione di Kiarostami e Makhmalbaf sarebbero succeduti i discepoli, da Jafar Panahi a Babak Payami. L’ormai riconosciuto Maestro ci regalò poi la trilogia di Koker, ulteriore riflessione metacinematografica in tre film costruiti come scatole cinesi, e poi due grandi riflessioni sulla vita e sulla morte con Il sapore della ciliegia e Il vento ci porterà via. Il gusto della ciliegia è il sapore, la bellezza della vita, come suggerisce l’uomo anziano alla fine del film, al protagonista che vuole suicidarsi.

Ormai Kiarostami è acclamato in tutto il mondo, conteso da tutti i festival internazionali. Moretti ci ricorda ancora dell’incontro con l’altro grande cineasta che porta le sue stesse iniziali, vale a dire Akira Kurosawa che gli dice: “Sei straordinario, come fai a dirigere così bene i bambini, che è così difficile?”. Già, Kiarostami è stato un grande cineasta dell’infanzia, ancora come partire da Truffaut e andare oltre. E Godard ha invece detto “Il cinema inizia con D.W Griffith e finisce con Abbas Kiarostami”.

Le visioni poetiche di Kiarostami sono i paesaggi contemplativi, le distese brulle o di prati, attraversati da una stradina, e in cui spicca un unico, solitario quanto imponente, albero. Ritroverà l’equivalente nella geometria del paesaggio toscano, nella sua avventura italiana Copia conforme. Le sue narrazioni si dipanano in lunghe e interminabili chiacchierate a bordo di automobili, come succede anche nel suo ultimo lungometraggio Qualcuno da amare, ambientato in Giappone.

“La vita è come un treno che continua a muoversi in avanti e poi raggiunge la fine: il capolinea” dice sempre l’anziano signore de Il sapore della ciliegia. Ora il capolinea è arrivato anche per il grande cineasta, che in uno dei suoi haiku diceva: “Il vento porterà con sé / i fiori del ciliegio / sino al biancore delle nubi”. Ricordiamolo con queste sue immagini di poesia pura e con quella del grande poeta persiano Umar Khayyām, al cui pensiero Kiarostami si è chiaramente rivolto: “Non ricordare il giorno trascorso / e non perderti in lacrime sul domani che viene: / su passato e futuro non far fondamento / vivi dell’oggi e non perdere al vento la vita”.

Giampiero Raganelli

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