La tartaruga rossa

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8.0 Awesome
  • voto 8

Uomo vs Natura nel cinema d’animazione

A visione ultimata, almeno una cosa riguardante La tartaruga rossa è indubbia: lo Studio Ghibli aveva visto giusto quando si offrì di co-produrre questo primo lungometraggio di Michael Dudok de Wit, che già nel 2001 si era aggiudicato l’Oscar per il miglior cortometraggio d’animazione con Padre e figlia. Proiettato in occasione dell’undicesima edizione della Festa del Cinema di Roma, La tartaruga rossa fa ben più di quanto si richiederebbe ad un film d’animazione per adulti, e armato di soli acquarello e carboncino de Wit anima di fronte ai nostri occhi le condizioni in cui versava l’uomo primitivo, esperite da un naufrago approdato su un’isola deserta;  ammesso che con una trama di questo tipo, già trasposta sul grande e piccolo schermo in (quasi) tutte le salse (Cast Away (2000), The Beach (2000), Vita di Pi (2012), Lost (2004-2010)) il rischio di cadere negli usuali cliché era piuttosto alto, si è costretti a riconoscere che La tartaruga rossa non solo li aggira praticamente tutti, ma si serve di questa trama così gettonata per toccare aspetti concernenti la condizione umana molto importanti e profondi. Il più evidente riguarda il rapporto tra uomo e natura, che agli albori della civilizzazione doveva essere vissuto in tutta la sua problematicità: il povero naufrago si trova costretto a combattere l’imprevedibilità dei fenomeni naturali e tenta di piegare la sua (per ora) unica compagna di vita alle proprie esigenze, procurandosi il nutrimento e fabbricandosi strumenti di sopravvivenza, tra cui molte zattere, messe insieme l’una dopo l’altra e tutte puntualmente distrutte da un’enorme tartaruga rossa. Esasperato dalla determinazione dell’animale, il naufrago finirà per capovolgerne il corpo e lo porterà dunque a morire di stenti. Ma proprio quando l’uomo, osservando la salma immobile della tartaruga, comincia a provare un certo pentimento, ecco che il suo guscio si cretta e al suo interno compare il corpo di una giovane donna dai capelli rossi. Espediente metaforico o meno (la metamorfosi potrebbe essere  un’allegoria dell’imprevedibilità della natura e dei suoi doni disinteressati), è da questo momento che il film entra nel vivo: a partire da qui il nostro naufrago non sarà più solo con la  natura (ostile? benigna? indifferente?), e grazie all’affetto e al calore di una compagna e poi anche di un figlio trasformerà un ambiente avverso nella sua nuova casa. Un altro interrogativo sollevato da La tartaruga rossa riguarda proprio la socialità dell’essere umano:  siamo davvero esseri sociali/politici, come sosteneva tra gli altri Aristotele, o più pragmaticamente cerchiamo la compagnia di altri simili a noi perché ne abbiamo bisogno?  Come ogni opera d’arte che si ponga in continuità con l’equivocità della vita, anche quella di de Wit non risponde all’alternativa in modo definitivo, ma lascia comunque intuire che aldilà di un ambiente malevolo e di una natura sempre pronta al voltafaccia con i quali  si ha e avremo sempre a che fare, è un essere umano ciò di cui sentiamo veramente la necessità, e che è in grado di rendere più dolce e tollerabile anche tutto il resto.
Sia che tutta la seconda parte del film sia una grande costruzione metaforica, sia che rispecchi il reale susseguirsi degli eventi, il finale raffigura uno stadio della vita del tutto riconoscibile: il figlioletto (vero o presunto) della coppia, una volta giunto all’età dello svezzamento, dovrà prendere la sua strada, rinunciare ad un habitat tanto protettivo quanto vincolante per andare letteralmente a largo, verso la vertigine dell’indipendenza e dell’autonomia. Il carico concettuale de La Tartaruga Rossa è racchiuso in una confezione meravigliosa e estremamente godibile, con paesaggi suggestivi e scene  notturne affascinanti (durante le quali si passa dai colori caldi del giorno a un bianco e nero freddo e onirico).  Insomma, un piccolo capolavoro che merita pieno titolo il Premio Speciale assegnatogli durante lo scorso Festival di Cannes, e che ci auguriamo riesca ad avere una buona distribuzione qua in Italia.

Ginevra Ghini

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