La scelta

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4.0 Awesome
  • VOTO 4

I ragazzi del coro (di Ambra)

Nella prima sequenza del film di Placido troviamo già una Ambra Angiolini quanto mai raggiante, solare, alle prese coi giovanissimi elementi del coro da lei diretto. Se la vita di Laura, giovane maestra del coro, appare da subito senza ombre e un po’ color pastello, la stessa impressione di spensieratezza arriva dall’innamoratissimo marito Giorgio, interpretato da un Raoul Bova cui viene chiesto, come da un secolo a questa parte, di apparire al pubblico femminile bello e rassicurante. Lui lavora come ristoratore e pare divertirsi da matti a far crescere la propria attività: quasi a completare l’idilliaco quadretto, il suo principale collaboratore (gli si rapporta praticamente da amico) è un immigrato dall’aria felice, perfettamente integrato, trattato con rispetto sia dalla coppia che dai componenti del piccolo clan familiare di Giorgio e Laura, tra cui spicca la spigliata e anticonformista sorella di lei, Francesca, impersonata a sua volta da Valeria Solarino. All’interno di questo microcosmo colorato e gioioso tutti i problemi sembrano essere risolvibili, in più la costante presenza dei bimbi di Francesca dona ulteriore allegria alle loro amene giornate. Insomma, sembra di essere in Italia, sì, ma quella ricostruita in studio dei vari programmi di cucina che vanno in onda a mezzogiorno. Peccato però che, di lì a poco, tutto assumerà una luce diversa, adeguandosi invece all’impronta morbosa di una qualsiasi puntata di “Porta a porta”…

Tali similitudini conducono direttamente a un’intuizione, anche abbastanza ovvia: più che al paese reale, l’Italia di Placido tenta di assomigliare in tutto e per tutto all’immagine distorta che ne offrono quotidianamente i media, in particolare la (cattiva) televisione. E anche stilisticamente è quello televisivo il parametro da tenere d’occhio, come si evince dal timbro così tronfio della colonna sonora di Luca D’Alberto e persino dalla fotografia di un Arnaldo Catinari, parso decisamente più ispirato e più libero di giocare con il colore in altre occasioni.
Accennavamo poco fa a una brusca sterzata, al repentino mutare di toni cui il film va incontro già dopo le primissime battute: liberamente ispirato a un’opera di Pirandello, L’innesto, il lungometraggio diretto da Placido si focalizza ben presto sulla violenza sessuale subita in pieno giorno da Laura/Ambra Angiolini, e sulle conseguenze di tale atto, che finisce per avvelenarne all’istante la vita, il carattere, lo stesso rapporto con quei famigliari più stretti che faticheranno a capirne le successive scelte.

Il riflesso di una grande opera letteraria? Uno spunto cinematografico volto a esplorare più in profondità quei drammatici fatti di cronaca, che purtroppo nel nostro paese non sono affatto rari? Malauguratamente La scelta di Michele Placido non riesce a essere nulla di tutto ciò. Sin dalla cesura fondamentale che è rappresenta qui dalla temporanea sparizione di Laura, dall’ipotesi dello stupro che immediatamente si profila all’orizzonte, il regista appare alla spasmodica ricerca di un punto di vista femminile che, però, si traduce appena in una serie di scelte e comportamenti bizzarri della protagonista, nonché nell’improvviso trasformarsi del suo compagno da individuo affabile e pacioso a improbabile uomo sull’orlo di una crisi di nervi.
Sottolineature registiche di grana grossa accompagnano costantemente quel prolungato esame di caratteri feriti, provati, esame la cui sensibilità di fondo è pari a quella dell’elefante, lasciato libero di muoversi dentro un negozio di cristalli. Per non parlare del tema della maternità, introdotto con una grazia definibile tale giusto al Maurizio Costanzo Show. Sembrerebbe poi che Placido, per (ri)costruire filmicamente la tragedia di una donna violata, non conosca altra strada che la miriade di primi piani regalati ad una spiritata Ambra Angiolini, votata dal canto suo a produrre espressioni stravolte (o semplicemente stravaganti) in copiosa serie. Le figure di contorno non migliorano certo la situazione. Placido stesso torna a vestire i panni del poliziotto, quelli che in genere gli calzano meglio, ma stavolta ne esce fuori una figura sgraziata, un po’ balorda, che nei duetti con Bova dà il peggio di se. Senza contare certe altre macchiette, come il figlioletto del poliziotto in questione, il quale, con le cuffie costantemente attaccate alle orecchie, non smette mai di agitare la testa a ritmo di musica.
Sono dunque lontani, per il Placido regista, i tempi in cui poteva sfornare un racconto cinematografico calibrato e genuinamente recitato come Del perduto amore; oggi gli resta la pretesa di accostarsi a drammi interiori di un certo rilievo, sviliti però dall’assenza di una adeguata sensibilità stilistica e narrativa.

Stefano Coccia

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