La prima meta

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“Liberi” di giocare

Attualmente sono nove gli Istituti penitenziari nel nostro Paese nei quali si sperimenta il rugby con l’obiettivo di recuperare fisicamente, socialmente ed educativamente i giovani detenuti. Tra questi c’è anche la Casa Circondariale di Bologna, dove da qualche anno una squadra composta da una quarantina di detenuti tra i 20 e i 35 anni di nazionalità diverse, con pene sino all’ergastolo, disputa regolarmente il Campionato C2 della Federazione Italiana Rugby. Quella squadra si chiama Giallo Dozza, dove il giallo richiama il colore del cartellino che l’arbitro di turno estrae dal proprio taschino per ammonire quel giocatore che ha commesso un fallo o si è reso protagonista di un comportamento anti-sportivo nei confronti di un avversario. Un cartellino e un colore che metaforicamente devono ricordare ai detenuti la loro condizione e il motivo per il quale stanno scontando la pena.
La squadra e le sue gesta sul rettangolo di gioco sono al centro del nuovo documentario di Enza Negroni dal titolo La prima meta, presentato lo scorso novembre al Festival dei Popoli e recentemente nella sezione #FrameItalia del 24° Sguardi Altrove Film Festival. L’autrice della trasposizione cinematografica di Jack Frusciante è uscito dal gruppo porta sullo schermo una storia di riscatto personale, di quelle che passano attraverso la classica parabola sportiva. Ancora una volta lo sport tende una mano a chi ha commesso degli errori e ne sta pagando le conseguenze, dandogli una seconda occasione. Occasione, questa, che saprà cogliere fino a maturare, trovando nella pratica agonistica un modo possibile per mettersi alle spalle quel mondo che fino a ieri era la sua casa. Le colpe e le pene quelle però restano, non si cancellano, come segni indelebili impressi a fuoco sulla pelle, come cicatrici che ti ricordano sempre cosa hai fatto e il motivo che ti ha portato tra le mura di un carcere. Il rugby e la squadra diventano di fatto uno strumento di “evasione” da quella condizione di prigionia, un modo per sentirsi liberi anche solo per la durata di una partita e i quaranta membri del team, ciascuno a proprio modo, coglierà la palla ovale al balzo. Ovviamente i regolamenti sono molto rigidi e le misura di sicurezza altrettanto, di conseguenza tutte le partite che vedono impegnata la compagine devono essere giocoforza disputate in casa. L’impossibilità di effettuare trasferte impedisce di fatto ai giocatori di uscire dal perimetro del Carcere, ma come avrete modo di scoprire sarà proprio la disciplina sportiva che hanno scelto di praticare a offrire loro momenti di libertà dalla condizione di reclusione.
A guidarli e a indicare loro la strada c’è l’immancabile Virgilio di turno. Il suo nome è Max, un arcigno allenatore di rugby, che saprà essere un punto di riferimento umano e non solo un coach con il compito di insegnare loro a stare in campo, la tattica o le regole di gioco. Dietro uno sport come questo c’è tutto un mondo da scoprire, così come dietro al film della Negroni c’è una stratificazione sotterranea di significati e significanti, riflessioni e metafore, che spingono il documentario e i temi trattati, come ad esempio l’accoglienza e il sapere accettare l’altro, oltre l’etichetta dello sport-drama.
Per apprezzare e capire veramente un’opera come La prima meta, dunque, bisogna essere disposti ad andare oltre la superficie. Lo stesso approccio alla materia drammaturgica e narrativa che bisognerebbe avere nei confronti di tutti quei documentari che, come quello della Negroni, ci catapultano senza se e senza ma in carcere per raccontare altro che non sia solamente le condizioni di vita di chi sconta una pena dietro le sbarre. E di esempi che vanno in questa direzione c’è ne sono molti nel cinema del reale di casa nostra di recente produzione: da A tempo debito di Christian Cinetto (cinque mesi dentro alla casa circondariale di reclusione Due Palazzi di Padova per girare un film ed anche un documentario su un workshop di cinema) a Meno male è lunedì di Filippo Vendemmiati (sul progetto dell’officina metalmeccanica all’interno del carcere della Dozza).
Nel caso de La prima meta le intenzioni della regista sono chiare sin dai primi fotogrammi, ossia andare oltre il film a sfondo carcerario, diversamente da quanto fatto invece da Rossella Schillaci nel suo potentissimo, claustrale e straziante Ninna nanna prigioniera, dove viene messo a fuoco il problema dei bambini sotto i tre anni costretti a vivere in carcere per stare accanto alle madri detenute. Quello della Negroni è un film che parla di sport e di vita, di rapporti e anche di redenzione. Grazie alle doti umane e sportive di Max, la squadra multietnica diventa sempre più unita e amalgamata in campo come nella vita quotidiana detentiva attraverso la disciplina e i valori del rugby: lealtà, solidarietà, sostegno reciproco, rispetto dell’avversario e delle regole. Nel corso del campionato oltre al miglioramento fisico e di gioco si racconta il cambiamento positivo dei rapporti personali fra i detenuti e il contesto in cui vivono. Con allenamenti estenuanti riesce a trasformare le continue sconfitte delle partite nella voglia di riscatto. Nel campo di gioco la vita dei giovani si trasforma e si contrappone alla solitudine e i ritmi lenti delle celle. Crescono insieme alla squadra fino alla vittoria di una partita, ma una nuova sfida ancora più grande li attende: per molti di loro fuori c’è un mondo ancora più duro e spietato ad attenderli.

Francesco Del Grosso

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