La pazza gioia

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7.5 Awesome
  • voto 7.5

Un attimo di eterna felicità

Concorso si o concorso no? Per mesi è stato questo il tormentone al centro delle immancabili previsioni pre-festivaliere degli addetti ai lavori circa il destino de La pazza gioia, l’undicesima pellicola firmata da Paolo Virzì. Del resto, lo slittamento dell’uscita nelle sale da marzo a maggio aveva già fatto addrizzare le antenne agli interessati, suonando come un campanello d’allarme di una probabilissima corsa alla Palma d’Oro alla 69esima edizione di Cannes. Poi ci ha pensato il delegato generale della prestigiosa kermesse, Thierry Frémaux, a sciogliere tutte le riserve, annunciando nella conferenza stampa di presentazione della tanto attesa line up 2016 che non avremmo avuto alcun rappresentante nostrano nella competizione ufficiale dopo la tripletta della passata stagione, ma che ci saremmo dovuti accontentare di un omaggio nell’artwork (nella locandina figura Villa Malaparte a Capri, come tributo a Il disprezzo  di Jean-Luc Godard), della Golino in giuria e della presenza di Pericle il nero di Stefano Mordini nella sezione Un Certain Regard. E allora, cosa ne sarebbe stato dell’ultima fatica dietro la macchina da presa dello sceneggiatore e regista livornese? Se non per Cannes, per quale motivo si era reso necessario lo spostamento di due mesi della distribuzione? La risposta è arrivata prontamente una manciata di giorni dopo con la notizia della presenza all’interno della programmazione della Quinzaine des Réalisateurs, dove oltre a Virzì hanno trovato posto anche Bellocchio e Giovannesi. Chi si accontenta gode, direbbe qualcuno, fatto sta che dopo l’anteprima alla kermesse francese, La pazza gioia arriverà finalmente nelle sale italiane con le quattrocento copie messa a disposizione della 01 Distribution, a partire dal 17 maggio.
Dopo l’ottima parentesi thriller-noir de Il capitale umano, il cineasta toscano torna a casa, fra le quattro mura da lui tanto amate della commedia, che sin dagli esordi con La bella vita ha saputo e voluto colorare alternando pennellate personali a quelle ereditate dalla tradizione. Con La pazza gioia torna così al genere con il quale ha più familiarità e con esso ai colori più caldi che normalmente lo caratterizzano, mettendo in soffitta quelli più freddi, spenti e meno rassicuranti utilizzati per l’opera precedente. Colori quelli della commedia che, nel suo caso, sono serviti a dipingere sul grande schermo le immagini di film capaci di affrontare temi spinosi con stile avvincente, ironico e umano. Il tutto con una serie di sfumature che ne hanno arricchito e stratificato la drammaturgia, la narrazione, l’impianto dialogico e il disegno dei personaggi. Ma per farlo si è avvalso questa volta della collaborazione in fase di scrittura di Francesca Archibugi che, nel tema al centro del plot, aveva già in parte affondato le mani nel suo Il grande cocomero del 1993. Scelta che a nostro avviso si è rivelata a conti fatti davvero azzeccatissima.
Lo script de La pazza gioia si è dimostrato, infatti, un valido aiuto e una base solida sulla quale costruire le fondamenta di un film che affronta il difficile tema della malattia mentale. Tema, questo, sul quale nella stragrande maggioranza dei casi si finisce con lo scivolare nelle sabbie mobili del politicamente scorretto, del buonismo e ancora peggio del pietismo. La cosa più difficile da fare quando si decide di maneggiare la suddetta materia è, infatti, proprio quella di riuscire a non caderci dentro. Il merito di Virzì e del suo nuovo film sta proprio nell’aver saputo fiutare e poi schivare il pericolo, quanto basta per dare forma e sostanza a una pellicola in grado di rimanere in equilibrio tra la complessità dell’argomento e la chiarezza del saperlo rappresentare, tra il sorriso scaturito dal mix di azioni e battute e la commozione che può nascere nell’assistere ad altrettante dinamiche dolorose. E l’ingrediente principale per rendere ciò possibile non può che essere la semplicità ed è ad essa che la scrittura ha fatto riferimento dalla prima all’ultima pagina utile. Si, perché se si va ad analizzare sotto la lente d’ingrandimento lo script, ci si accorge immediatamente che in fin dei conti il tutto ruota su e intorno al classico archetipo dello scontro/incontro tra due personaggi in principio lontani e appartenenti a mondi diversi, che finiscono con il diventare complici e l’una parte dell’altra: da una parte Beatrice, una chiacchierona istrionica, sedicente contessa e a suo dire in intimità coi potenti della Terra, dall’altra Donatella, una giovane donna tatuata, fragile e silenziosa, che custodisce un doloroso segreto. Sono tutte e due ospiti di una comunità terapeutica per donne con disturbi mentali, dove sono sottoposte a misure di sicurezza. Il film racconta la loro imprevedibile amicizia, che porterà a una fuga strampalata e toccante, alla ricerca di un po’ di felicità in quel manicomio a cielo aperto che è il mondo dei sani.
Quelle che Virzì porta sullo schermo, con la complicità delle straordinarie e intense interpretazioni di Valeria Bruni Tedeschi e Micaela Ramazzotti, non sono le solite eroine virtuose, ma donne “sbagliate” che inseguono un attimo di eterna felicità in una società che le ha allontanate, semplicemente etichettandole come “pazze”. Che poi la domanda è sempre la stessa: chi è veramente normale? Beatrice e Donatella cercano affetto, amore, complicità, ciascuna a proprio modo. È questa la loro “cura”, mentre le gocce di valium sono solo un palliativo al rispettivo disagio mentale. La pazza gioia è la cronaca a cavallo tra realismo e fiaba di questa ricerca di felicità e affetto, attraverso la quale Virzì parla anche di ingiustizia e sopraffazione, quelle perpetrate nei confronti di persone fragili, stigmatizzate, disprezzate, condannate e recluse. Peccato solo per quegli ultimi sciagurati minuti che hanno fatto perdere un po’ di credibilità agli eventi, con una palese ingenuità che ha facilitato la strada verso la chiusa, togliendogli però quella solidità mostrata per grandissima parte della timeline. Per il resto, un plauso va a un regista che in meno di due ore ha saputo condensare gioie e dolori, sorrisi e lacrime, con la sola forza delle parole e delle immagini.

Francesco Del Grosso

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