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La niña de la comunión

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VOTO: 6

La bambola maledetta

Per Víctor Garcia la partecipazione in concorso al 32° Noir in Festival con la sua ultima fatica dietro la macchina da presa dal titolo La niña de la comunión ha avuto il sapore inconfondibile dei grandi ritorni. Correva l’anno 2003 quando il regista spagnolo accompagnava proprio alla kermesse nostrana, all’epoca di casa a Courmayeur, il suo primo cortometraggio El ciclo, lo stesso che in seguito al suo successo nel circuito festivaliero gli ha spalancato le porte del mercato statunitense, dove ha diretto i suoi primi film: Return to House on Haunted Hill e Mirrors 2.
Da allora, di acqua ne è passata sotto i ponti con Garcia che ha continuato a dirigere produzioni internazionali come Gallows Hill e An Affair to Die for, dove per la prima volta ha preso le distanze dall’horror classico per girare un thriller claustrofobico. Due timbri, quello dell’horror e del thriller, che il cineasta di blaugrana ha deciso di mescolare per comporre la partitura narrativa e drammaturgica del suo nuovo lungometraggio che ci porta nella Spagna di fine anni Ottanta, per la precisione in una piccola cittadina nella provincia di Tarragona. Qui la nuova arrivata Sara cerca di inserirsi nel gruppo degli adolescenti locali e farlo sarebbe ancora più semplice se solo somigliasse alla sua migliore amica, l’estroversa Rebe. Una sera le due ragazze escono e si sballano in un locale notturno. Mentre tornano a casa, si imbattono in una bambina con in mano una bambola, vestita per la prima comunione. È l’inizio di un incubo.
Dalla sinossi si intuisce subito su quale filone Garcia abbia deciso di edificare le fondamenta dello script di La niña de la comunión, ossia quello dell’horror soprannaturale con protagonista la bambola maledetta di turno. Un filone particolarmente caro al genere in questione e per questo assai frequentato da autori alle varie latitudini, al punto tale da consentire agli abituali frequentatori e appassionati di attingere da un repertorio vastissimo, dove nei decenni hanno trovato e continuano a trovare spazio prodotti degni di nota e altrettanti mediocri finiti loro malgrado nel dimenticatoio. Quello firmato dal cineasta di Barcellona si va a collocare esattamente nel mezzo, raggiungendo una sufficienza che gli consente di rimanere a galla e non inabissarsi come moltissimi film che ne condividono genere e stilemi. Dal canto suo, Garcia li prende in prestito per unirli a quelli del thriller, la cui linea mistery è legata alla ricerca dell’origine della bambola e della verità sulla scomparsa e la morte della sua ex proprietaria. A questa ovviamente si va a sommare la classica lotta per la sopravvivenza del gruppetto che ha avuto la sfortuna di entrare in contatto con la bambola e il potere maligno racchiuso in esso.
Visti gli elementi chiamati in causa c’è poco da approfondire, poiché tanto la storia quanto i suoi sviluppi, compreso l’epilogo, fanno parte della normale amministrazione, che rende il tutto come spesso accade in film appartenenti al suddetto filone poco originale e abbastanza prevedibile. Ecco perché l’autore, perfettamente consapevole dei limiti di partenza, ha provato a compensare con la qualità della confezione, una discreta gestione del ritmo e della tensione, oltre che con qualche efficace jumpscare capace di andare a segno. È con il controcampo tecnico che La niña de la comunión trova il modo di arrivare in porto sano e salvo, nonostante il carico e le zavorre in eccedenza che pesavano sulle due ore di timeline. Quelle che vanno a comporre un prodotto audiovisivo mainstream, adatto a un pubblico che sa esattamente cosa vuole e non ha grosse pretese.

Francesco Del Grosso

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