La mort de Louis XIV

0
8.0 Awesome
  • voto 8

Autopsia della Storia

Il regista catalano Albert Serra torna al Settecento dopo Historia de la meva mort. Se con il film precedente sviluppava l’idea di una transizione storica, quella tra la luce del Settecento e le tenebre del Romanticismo, tra Casanova e Dracula, giocando tra crepuscolo e notte, tra vita e morte. Ora con La mort de Louis XIV, Serra torna indietro ancora nel tempo, per rappresentare un’altra pietra tombale, di una vita e della Storia, in cui si incrociano assolutismo e illuminismo. Quella del Re Sole e del suo regno,  uno dei più lunghi della Storia – durato 72 anni 3 mesi e 18 giorni – terminato con l’altrettanto lunga, e proporzionata, agonia del sovrano, che si è prolungata dal 9 agosto al 1° settembre 1715. Se il film precedente era un’oscillazione tra notte e giorno, in La mort de Louis XIV spazio e tempo confluiscono in un Kammerspiel del capezzale del monarca, nella sua stanza da letto, una red room, in cui la luce è rappresentata dai soli lumi come fonte naturale, alla Barry Lyndon, arrivando alla scena dei volti dei dottori paonazzi dalla luce del fuoco delle lettere che stanno bruciando. Una stanza in cui si mette in scena lo spettacolo della morte, la bellezza della morte, come quelle di Stanley Kubrick (inevitabile, visto il Settecento tornare a lui), o come Sussurri e grida con gli stessi drappi rossi a fare da sipario teatrale del lento evaporare della vita. E con lussuosi bicchieri di cristallo usati per dare l’acqua al malato. Gli stessi luminari che si occupano delle cure terminali del sovrano, sono stati richiamati dalla Sorbona e sono in realtà, come viene espressamente notato, più dei professori da teatro anatomico, usi a fare esposizioni di dissezioni e organi interni, come nel quadro di Rembrandt Lezione di anatomia del dottor Tulp, piuttosto che dottori ippocratici che puntano alla terapia per la guarigione. E, come se non vedessero l’ora, allo scoccare dell’encefalogramma piatto (come possiamo dire ora), con una folla che si era radunata al capezzale, si esibiranno in un’orgia di tagli, eviscerazioni, una fiera di interiora.
Si discerne della medicina come una scienza esatta. Che comunque fa uso di unguenti, infusi floreali, diete, ghiaccio per conservare la carne. E che ancora non si è scrollata di dosso dai ciarlatani, come il medico di Marsiglia, poi prontamente spedito alla Bastiglia, che propone una cura miracolosa alternativa che in realtà appare più una cosa da calderone di stregoni, con un farmaco a base di sperma di toro e grasso di rana. La lotta tra la vita e la morte è anche la lotta tra positivismo e superstizione: gli uccelli portano malattia come vuole la saggezza popolare. E in questo senso vanno lette anche le citazioni di Molière, scrittore del secolo precedente, che ha ampiamente satireggiato la classe medica con il suo mondo di ciarlatani, medici per forza e malati immaginari. “La prossima volta faremo meglio” è l’epocale battuta di chiusura di uno dei medici, preannuncio fideistico dello sviluppo della scienza medica ma anche lugubre premonizione di un ciclo della morte, del susseguirsi dei passaggi epocali della Storia.
Serra inizia il film in un’atmosfera kitsch fuorviante, nei coloratissimi titoli di testa. Il Re Sole è già una mummia ambulante, con i suoi cani levrieri di coreografia. Lo vediamo guardare dei bulbi oculari finti, da tassidermia, il suo sguardo contro quello di un occhio riprodotto. Serra rende suggerisce così la dimensione di natura morta, di diorama, che pervade tutto il film, e tutto il suo cinema. Personaggi catatonici, dallo sguardo fisso nel vuoto, visi immoti, con parrucconi giganteschi, i cui dialoghi sono come tra lobotomizzati. Serra li ritrae con il suo cinema rarefatto, con la fissità delle due inquadrature. Come quella che schiaccia dall’alto i due personaggi che parlano a letto, come se fossero sulla bara. Su tutti troneggia il Re Sole Jean-Pierre Léaud, il cui volto ieratico è un misto di sofferenza e impassibilità, giunto al capolinea, alla perdita del sapore della vita. “Tutto mi disgusta” dice. Più volte guarda in camera, ci fissa, e passa dal vegliardo di 2001: Odissea nello spazio, al Bambino-delle-Stelle che ci guarda nell’ultima inquadratura. Léaud il Re Sole del cinema con una carriera che dura da sessant’anni.
Serra mette in scena un mondo di morti, una galleria di ritratti. Per i quali vale sempre l’epitaffio finale di Barry Lyndon, adattato: “Sovrani o sudditi, buoni o cattivi, belli o brutti, ricchi o poveri, ora sono tutti uguali”.

Giampiero Raganelli

Leave A Reply

due × quattro =