La donna che canta

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8.0 Awesome
  • voto 8

Macerie interiori 

Difficile, per non dire arduo, riuscire a far coesistere il dramma privato con quello collettivo senza che l’uno prenda il sopravvento sull’altro. È un equilibrio precario pronto a frantumarsi in un istante se chi vi è dietro sin dalla genesi non ha le carte in regola per supportare, tanto in fase di scrittura quanto in quella di messa in quadro, l’intero processo creativo. Con Incendies, nelle sale nostrane grazie alla Lucky Red con il titolo La donna che canta nel gennaio del 2011, Denis Villeneuve, oltre a dimostrare di avere tutte le carte in regola, riesce lì dove in molti altri colleghi più o meno quotati hanno fallito, vale a dire costruire un sistema calibrato e perfetto di vasi comunicanti che consentano al flusso narrativo e drammaturgico di alimentarsi a vicenda, dando origine di fatto al suddetto equilibrio.
Quale occasione migliore se non l’uscita nelle sale italiane di Arrival, in attesa di vedere come se l’è cavata con l’atteso sequel di Blade Runner, per rispolverare uno dei tasselli più importanti di una filmografia di altissimo livello che, negli ultimi anni, si è andata impreziosendo con titoli come Prisoners, Enemy e Sicario. Venduto in più di trenta Paesi in tutto il mondo, dopo aver spopolato nel circuito festivaliero nel 2010 (da Toronto a Venezia), nonché candidato canadese alla corsa agli Oscar l’anno successivo, La donna che canta è il libero adattamento cinematografico dell’omonima pièce teatrale del drammaturgo Waidi Mouawad. Il regista originario della regione francofona del Québec, già autore di pluri-premiate pellicole balzate all’attenzione del pubblico e della critica internazionale (da Un 32 août sur Terre a Polytechnique, passando per Maelström), qui alla quarta esperienza nel cinema di finzione, ha il grandissimo merito di far si che la dimensione intima del dolore si trasformi nella base empatica sulla quale costruire una storia di devastante implicazione socio-antropologica. Sullo sfondo di una guerra come tante, in un territorio imprecisato (anche se gli indizi disseminati lungo il cammino riportano al conflitto libanese), le vicende private di due gemelli alla ricerca per volontà della madre deceduta di un fratello e di un padre scomparsi sono, infatti, il motore portante di un plot capace dal primo all’ultimo fotogramma disponibile di immergere la platea di turno in un viaggio che da fisico si fa ben presto catartico. Una vera e propria odissea della e nella memoria privata e collettiva, al seguito di esistenze segnate che scavano nelle macerie interiori ed esteriori, metaforiche e tremendamente tangibili, per dare un significato alla propria vita. Un tour lungo e doloroso che riporterà a galla orrori e violenze, scandito tappa dopo tappa dal rumore assordante di detonazioni e colpi di mortaio sovrastati dal pianto di un bambino (da cardiopalma l’attentato al pullman di civili)  e dalle canzoni di una donna rinchiusa in una cella per tredici lunghissimi anni.
Punta di diamante dell’opera, oltre ad un cast in stato di grazia e alla regia, è senza alcun dubbio lo script, firmato dallo stesso regista in collaborazione con Valérie Beaugrand-Champagne, che fa della frammentazione cronologica degli eventi in una successione magnificamente strutturata di jump cut spazio-temporali l’assolo di una intensa e travolgente sinfonia. Presente e passato viaggiano parallelamente finendo con il convergere nel più scioccante degli epiloghi. Merito di una sceneggiatura solida, attenta ai piccoli e a grandi dettagli. Stasi e azione, dialoghi secchi e infiniti silenzi, sono le mura di un castello eretto in difesa di un’opera che non presta mai il fianco a possibili attacchi, persino quando la sceneggiatura si concede in più di un’occasione licenze storiche (caratteristica che lo accomuna a Noi credevamo di Mario Martone).
Ma ciò che sorprende maggiormente in La donna che canta è l’atto di trascrizione in immagine operato dal regista che, insieme al collega Denys Arcand, rappresenta uno dei principali esponenti della prestigiosa scuola canadese. Una scuola, questa, che negli ultimi anni ha potuto contare anche sull’apporto di Xavier Dolan. Tutto quello che contribuisce al Dna formale e narrativo dell’opera è incentrato sullo sguardo e sul valore che di volta in volta assume. Quello di Villeneuve è uno sguardo dentro e fuori dalle cose, dagli eventi e dai personaggi che li animano. Tutto si carica di un significato profondo che va ben oltre la mera superficie. Dietro c’è di più, molto di più e quel qualcosa continua imperterrito a tormentare la mente e il cuore dello spettatore anche dopo la visione. Del resto, bastano pochi minuti e lo sguardo in macchina di un bambino con il quale si chiude il magnetico prologo a trasmettere la sensazione che quella non sarà una visione come tante.

Francesco Del Grosso

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