La dissolvenza del lavoro

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Sotto la lente d’ingrandimento, vi è il cinema della crisi

Da parte della saggistica e della critica cinematografica pubblicate in Italia siamo ormai abituati a constatare clamorose disattenzioni. Desolanti lacune. Spazi vuoti, laddove ci sarebbero pagine e pagine da riempire. Considerando ad esempio che di crisi occupazionale e di problematiche analoghe si sono occupati registi come Ken Loach, Laurent Cantet, Robert Guédiguian e i fratelli Dardenne, ovvero alcuni tra i più grandi autori del cinema contemporaneo, il fatto che fino ad ora poetiche del genere siano state analizzate solo in superficie, senza cioè tematizzare degnamente quella rappresentazione del lavoro che ne costituisce per molti versi il nucleo, lascia un po’ di sconcerto. A compensare tale mancanza arriva adesso un testo tanto snello, tanto scorrevole, quanto denso a livello di contenuti e di analisi: “La dissolvenza del lavoro – Crisi e disoccupazione attraverso il cinema”, di Emanuele Di Nicola.
Il titolo evoca con arguzia uno dei più noti elementi della settima arte, per l’appunto la dissolvenza, ma non è un semplice vezzo, trattasi invece dell’ammirevole sintesi di una ricerca che sa coniugare un’acuta analisi della narrazione cinematografica con puntualissimi riferimenti al mondo d’oggi, a quei nodi sociali da sciogliere, che dopo la crisi finanziaria del 2008 sono diventati ancora più spaventosi. Merce rara, quindi, in un panorama culturale italiano sempre meno avvezzo a fare i conti con la realtà, con la complessità degli scenari socio-politici, cui si preferiscono molto spesso deliri onanistici e visioni tristemente auto-referenziali, specie quando ad essere preso di mira è il mondo dello spettacolo.

Due parole a questo punto sull’autore: Emanuele Di Nicola è un giovane critico che, forte dell’esperienza accumulata all’interno di svariate redazioni, non dà mai l’impressione di trincerarsi dietro l’ormai abusato concetto di “specifico cinematografico”, prendendolo semmai come base di un’indagine “olistica” che rapporta il cinema, la sua Storia recente, i suoi stilemi, ad una visione alquanto caleidoscopica e matura della società globalizzata. Nella fattispecie il fil rouge della rappresentazione del lavoro sul grande schermo sfugge qui persino al rischio di scelte troppo facili e convenzionali, riuscendo anzi a sorprendere il lettore più di una volta. Positivo è aprire nuove frontiere dello sguardo, anche laddove il tema sembrerebbe concedere solo sentieri obbligati.
Sì, perché se è emozionante affrontare assieme ad Emanuele Di Nicola, una bella penna che pur non concedendosi troppi svolazzi sa pungolare col gusto dell’ironia e dell’aforisma, percorsi che contemplano il riesame di capolavori dichiaratamente militanti come Le nevi del Kilimangiaro di Guédiguian o Io, Daniel Blake di Ken Loach, piacevolissimo è pure osservare da una diversa angolazione pellicole come Il diavolo veste Prada e Secretary, generalmente considerate a livello di entertainment o comunque escludendo tracce evidenti d’impegno, per rinvenirvi invece i classici rapporti di forza presenti in una qualsiasi azienda.
Disoccupazione. Mobbing. Licenziamenti. Manager in competizione tra loro per salvaguardare il posto e il conseguente tenore di vita. Occupazione femminile. Le tragedie tutte italiane degli esodati e della precarizzazione. Molteplici sono gli aspetti della questione affrontati, con cura, ne “La dissolvenza del lavoro”. Ad eccezione di alcune pietre miliari di poco precedenti, vedi il seminale Full Monty, la maggior parte dei film trattati sono stati prodotti dopo il 2000 e offrono uno spaccato tanto veritiero quanto inquietante di come il mondo del lavoro sia mutato, negli ultimi anni. In peggio. Volendo indicare un singolo aspetto in cui la ricerca portata avanti da Emanuele Di Nicola eccelle, segnaliamo senza ombra di dubbio la sua attenta disamina del cinema italiano contemporaneo; soprattutto quelle commedie che altre voci critiche, intrise di snobismo, hanno spesso liquidato con precipitosa spocchia, ma che invece parlano del presente con lancinante ironia. Diciamolo pure, puntare i riflettori così sulla folgorante trilogia di Smetto quanto voglio o su Addio fottuti musi verdi, che certi altri avevano bacchettato con rigore finanche eccessivo, ci ha fatto sentire meno folli e isolati nell’aver apprezzato, lodato, portato ad esempio simili operazioni.

A questo punto però giova ricordare che nel saggio di Emanuele Di Nicola importante non è tanto il giudizio sui singoli film, quanto lo slancio nel creare ponti, nel tracciare collegamenti tra poetiche diverse, nel constatare sul grande schermo le notevoli differenze tra il sistema lavorativo statunitense e quello dei paesi europei, per esempio. Il modo coscienzioso in cui tale discorso è stato sviluppato si riflette inoltre nelle utilissime schede che seguono ben cinque dei sei capitoli in cui il libro è suddiviso, schede affidate a esperti della materia, capaci di ricollegare al volo le situazioni dipinte nelle opere cinematografiche precedentemente prese in esame con statistiche, cambiamenti già metabolizzati e prospettive nuove cui va incontro il mondo del lavoro. Da tutto ciò è uscito fuori un libro avvincente – nonostante l’apparente ponderosità dell’argomento -, ispirato, utile, destinato a far riflettere.

Stefano Coccia

La dissolvenza del lavoro – Crisi e disoccupazione attraverso il cinema
di Emanuele Di Nicola
Prefazione di: Renato Fontana
Edizione Ediesse febbraio 2019
152 pag
14 euro

 

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