La casa delle estati lontane

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6.0 Awesome
  • voto 6

Legami

Spesso la Settima Arte ha deciso – e continua a farlo – di affrontare l’elaborazione del lutto e altrettanto frequentemente il là viene dato dalla perdita dei genitori. Ciò accade anche ne La casa delle estati lontane, opera prima di Shirel Amitaï, in cui è l’eredità di una casa a far rincontrare tre sorelle. Sarà proprio il luogo dell’infanzia, per l’appunto, la casa delle estati lontane, a far fare i conti con il non detto,  rivalità e pensieri soppressi e/o rimossi. La regista ha scelto di ambientare il tutto in Israele – partendo anche da un background personale – e in un preciso lasso di tempo in cui il Paese passa dal sapore della pace alla speranza spezzata – tenete a mente o rinfrescate la memoria sul 4 novembre 1995. In realtà la questione politica viene vissuta di riflesso proprio grazie a Cali (Géraldine Nakache), Darel (Yaël Abecassis) ed Asia (Judith Chemla). Lo spettatore partecipa principalmente alle loro dinamiche, che, però, diventano metafora di uno spazio più ampio qual è quello del Paese. In fondo in una famiglia si verificano, in piccolo e certo con le dovute differenze, alcune dinamiche che coinvolgono la nazione, tanto più se la si guarda nell’ottica di delimitare dei confini (salutari).
La Amitaï, aiuto regista di film di Jacques Rivette (anche co-sceneggiatrice in Questioni di punti di vista), cerca di mettere in campo un mix tra commedia e venature di malinconia e per far questo si dota di tre interpreti molto fresche e naturali nella recitazione, ma anche di una coppia insolita di genitori che appaiono per “disturbare” il presente delle giovani. A dargli volto sono Pippo Delbono e Arsinée Khanjian. «Non so se si può parlare di fantastico, preferisco usare il termine “invisibile”. Avevo voglia di mettere sullo stesso piano “la realtà” e tutto quello che portiamo noi di invisibile» (dalle note di regia). Ma questo invisibile si palesa anche attraverso un bambino palestinese che sarà una chiave per mutare prospettiva o quantomeno aprire gli occhi.
La casa delle estati lontane rappresenta per le tre sorelle una specie di paradiso perduto e questo incontro e viaggio ideale permette loro di fare anche un bilancio nonostante l’età, oltre che di guardarsi dentro. Talvolta ci sono legami che inducono a un culto della memoria a tal punto da non riuscire a vivere l’oggi e questa scissione la si vede declinata nei diversi atteggiamenti delle tre. Quest’idea di un luogo legato all’infanzia è un elemento sicuramente di contatto con il pubblico. Indipendentemente da oriente o occidente e da qualsiasi cultura si abbia, tutti noi abbiamo un’immagine simile e La casa delle estati lontane gioca proprio su e con queste corde (strizzando talvolta troppo l’occhio con emozioni e soluzioni di facile presa), andando a toccarne altre che magari possono risultarci lontane, ma che in realtà ci riguardano più di quanto immaginiamo.
«La casa delle mie estati lontane,
t’era accanto, lo sai,
là nel paese dove il sole cuoce
e annuvolano l’aria le zanzare», scriveva Eugenio Montale ai vv. 5-8 nel poemetto “Mediterraneo” e il titolo italiano (t.o. è Rendez-vous à Atlit– Atlit è la città dove si trova la casa) probabilmente è stato ispirato proprio dal poeta, cavalcando quest’onda nostalgica e rievocativa. Verrebbe, quindi, da consigliarlo a chi abbia voglia di fare, a suo modo, un tuffo nel passato, sfiorando suggestioni altrui.

Maria Lucia Tangorra

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