Joy

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6.5 Awesome
  • voto 6.5

Self-made woman

Più che un’affiatata squadra di lavoro pare ormai una vera e propria factory cinematografica, quella composta dal regista David O. Russell, dalla splendida Jennifer Lawrence e dall’aitante Bradley Cooper, con l’aggiunta di un Robert De Niro confinato, per motivi anagrafici, in ruoli “patriarcali” di nome o di fatto. Con Joy siamo infatti a quota tre lungometraggi consecutivi: l’ottimo Il lato positivo (2012), il corale ed efficacissimo American Hustle (2013) ed infine quest’ultimo Joy, biopic di finzione sulla vita del personaggio principale, ovviamente interpretato da una Jennifer Lawrence freschissima di meritato Golden Globe per la sua performance.
Minimo comun denominatore del terzetto di opere appena menzionate – e più in generale di parecchi dei lungometraggi diretti da David O. Russell – il risvolto sociale, molto “americano”, dell’affermazione personale, spesso sfociante in un’autentica ossessione dal grado di declinazione sempre differente poiché filtrato da una prospettiva obliqua e originale. In Joy questa eccentricità di fondo nell’analisi del personaggio principale alle prese con un contesto ostile è un po’ più difficile da rintracciare, in quanto il regista/sceneggiatore sembra scegliere una via narrativa più convenzionale, lasciando il peso del film sulle spalle di una Jennifer Lawrence ormai perfettamente in grado di portarlo dove lei vuole. Osserviamo infatti il personaggio di Joy svilupparsi sotto i nostri occhi di spettatori, dall’infanzia all’adolescenza sino ad arrivare all’età adulta, sempre afflitta da una solitudine di fondo che nemmeno la presenza di una famiglia più o meno ingombrante riesce a colmare. Ne scaturisce un ritratto di donna talentuosa ma insicura, capace tanto di slanci illuminati quanto di manifesta impossibilità a mantenere relazioni umane su un binario di armonia, anche per colpe altrui. Il marito diventa in breve ex, con il padre – Robert De Niro, appunto – si instaura da subito un rapporto più che conflittuale, mentre la madre – un’irriconoscibile Virginia Madsen – si isola per suo conto causa una situazione nervosa costantemente border-line. Resta solo la nonna materna (interpretata da una commovente Diane Ladd) a fare da punto di riferimento nella vita di Joy. E quando quest’ultima viene a mancare si percepisce con nitore l’enorme peso della perdita da parte della protagonista.
Joy, inteso come film, risulta essere dunque un lungometraggio capace di immedesimarsi totalmente nello sguardo della protagonista, una donna in perenne lotta in primis con la sua condizione femminile – il film è ambientato negli anni settanta, lontani da un qualsivoglia abbozzo di emancipazione da un punto di vista socio-lavorativo – e poi con quel ben conosciuto ostracismo famigliare che vede nel maschio l’unico baricentro possibile. Il riscatto, la realizzazione del proprio “sogno americano”, avverrà attraverso il classico colpo d’ingegno, ovvero la messa a punto di un rivoluzionario mocio in grado di lavare qualsiasi sporco dai pavimenti con il minimo dispendio di energie. E il medium principe per tale, contrastata, affermazione sarà proprio la televisione puramente commerciale – rappresentata dall’imprenditore Neil Walker alias Bradley Cooper – ai suoi albori, aspetto al quale David O. Russell dedica una descrizione tra l’esilarante e l’inquietante, facendo capire chiaramente come tra successo e fallimento, nella plasmabile mente dell’audience, la linea di demarcazione sia quanto mai esile. E quello che Joy mostra con nitore, uscendo dalla sua in apparenza accattivante unidimensionalità di racconto di vita, è proprio l’amaro retrogusto etico e morale della questione: Joy è costretta, per affermarsi in un mondo affaristico dove non si fanno prigionieri, a posizionarsi nel medesimo, infimo livello delle controparti. Come se la il percorso esistenziale di crescita prevedesse, per forza di cose, l’accantonamento obbligato degli ideali sin lì coltivati. E sono proprio i ricordi di Joy bambina, messi a confronto con la realtà adulta attraverso sapienti flashback, a costituire il cuore pulsante di un lungometraggio il cui fine ultimo è quello di intrattenere con intelligenza e sensibilità non trascurando affatto l’importanza del comprendere a fondo il contesto dentro il quale chiunque è costretto a muoversi. Lezione forse non originalissima, ma certo da tenere ben a mente.

Daniele De Angelis

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