Jetzt. Nicht.

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6.0 Awesome
  • voto 6

Lavoro dunque sono

Alcuni individui di mezza età, inquadrati in close-up davanti a uno sfondo blu, stanno raccontando le loro esperienze dopo aver perso il proprio lavoro. È una falsa inchiesta composta da interviste, e apre la pellicola Jetzt. Nicht. di Julia Keller. Un’introduzione “spiazzante”, perché il girato spacciato per vero anticipa tutta la vicenda che verrà narrata. In questo spezzone iniziale, da un lato c’è il tema che la regista vuole affrontare (la perdita del lavoro intorno ai quarant’anni), dall’altro uno stile, per quanto cinematografico, che possa collimare possibilmente con l’indagine documentaria. Il protagonista Walter Stein, un uomo sulla quarantina che occupa un’ottima posizione aziendale, improvvisamente viene licenziato, e questa situazione lo conduce a una deriva esistenziale. In questa parabola di discesa e forse di risalita, la Keller lo (per)segue studiando le sue azioni e le sue reazioni che lentamente si fanno scomposte. Questo Walter Stein è il tipico esempio di uomo che gode del suo status, staccato dalla realtà quotidiana perché abituatosi a vivere in una torre d’avorio (il suo ufficio, la sua casa, i suoi abiti). È un personaggio sprezzante e sicuro, come dimostra la scena in cui commenta, per puro calcolo, le interviste di quegli esodati nella campagna pubblicitaria montata da lui medesimo. A lui non interessano le sorti di quegli individui, ma solamente che lo spot gli torni utile a livello di promozione.

Jetzt. Nicht., visto al Festival Cineuropa#32, è un altro spaccato di come la perdita del lavoro sia una discesa all’inferno, non solo per una questione prettamente economica, ma soprattutto per una perdita della propria identità e smarrimento delle proprie certezze. Avere un’attività lavorativa significa essere un pezzo utile e riconosciuto (e a volte stimato) nel complesso marchingegno della società. Mancando questo impegno, si galleggia in un presente monocromatico (come gli intervistati su sfondo blu). Per descrivere questa pericolosa deriva, sempre più onnipresente nel nuovo millennio, in cui il lavoro definisce e valuta l’essere umano (divenuto semplice utensile scambiabile o rottamabile), si può parafrasare la famosa formula filosofica di Cartesio, riformulandola in: “Lavoro dunque sono”. Su tale delicato e attuale argomento, c’erano già state pellicole che avevano esplorato questa caduta nel baratro della perdita del lavoro di un personaggio, come ad esempio A tempo pieno (2001) di Laurent Cantet, oppure La legge del mercato (2015) di Stéphane Brizé. Nel vortice delle incertezze, che si tramuta in un percorso “infernale” che ha più la valenza di una fuga, il protagonista ha per un momento la chimerica possibilità di ricrearsi un profilo professionale, e cioè quando il tizio che gli ha dato un passaggio, con una carriera professionale simile alla sua, improvvisamente muore. Una “svolta” che ricorda tanto Détour (1945) di Edgar G. Ullmer, quanto Professione: reporter (1975) di Michelangelo Antonioni. L’impossibilità di una nuova – dorata –vita, però, lo porta alla regressione, e lo vediamo bighellonare e cazzeggiare come un adolescente con alcuni giovani ubriachi. Tornato alla casa, per affrontare il presente, guarderà diversamente la realtà, rappresentata dall’orizzonte. La regista Julia Keller, che ha sceneggiato Jetzt. Nicht. assieme a Janis Mazuch, è al suo esordio nel lungometraggio, e quest’aspetto pesa alla narrazione del film. È lodevole l’aver preso di petto un tema complicato e attuale, ma la materia, rappresentata con i toni troppo freddi e distanti della fotografia, che vorrebbero aumentare l’alienazione in cui si ritrova il protagonista, è trattata in modo troppo programmatico e distaccato, da puro calcolo drammatico. Senza dimenticare che, sotto certi aspetti è simile alla pellicola A tempo pieno, una disamina molto più profonda.

Roberto Baldassarre

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