Irradiés

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7.0 Awesome
  • voto 7

Il gran sole di Hiroshima

Grandi aspettative ci sono ogni volta che sta per essere presentato un film di Rithy Panh. Perché, di fatto, nel corso della sua lunga e prolifica carriera, i celebre documentarista cambogiano è riuscito a mettere in scena in modo del tutto incisivo e personale i capitoli più dolorosi della nostra storia, concentrandosi spesso e volentieri su dolorosi e brutali conflitti e su tutte le conseguenti violenze rivolte all’essere umano. Stesso discorso vale per Irradiés, la sua ultima fatica, presentata in concorso alla 70° edizione del Festival di Berlino. Al centro dell’attenzione, in questo suo piccolo ma incisivo lavoro, i drammatici episodi riguardanti i lanci delle bombe atomiche sulle città giapponesi di Hiroshima e Nagasaki, durante la seconda guerra mondiale.

Un uomo costruisce un piccolo modellino di una casa. Al suo interno pone un piccolo, prezioso tesoro: una foto di famiglia. Da questo momento in avanti, lo schermo cinematografico si divide in tre. All’interno del trittico, con due voci fuori campo con il compito di riflettere e farci riflettere in merito, immagini di repertorio mostrantici i momenti più drammatici del suddetto conflitto.
Il talento del regista, si sa, è qualcosa di indiscusso. Così come la sua grande capacità di raccontarci la storia inferendoci, ogni volta, fortissimi scossoni emotivi. E nel presente Irradiés, l’effetto sul pubblico è più che mai incisivo. Durante il lavoro di selezione dei numerosi filmati di repertorio, non ci risparmia proprio nulla, Rithy Panh. In seguito a un discorso generale sulla guerra, sulla dittatura nazista e sull’impatto che la stessa ha avuto in tutto il mondo, ecco che immediatamente l’attenzione viene focalizzata esclusivamente sul Giappone. Al via, dunque, panoramiche delle città di Hiroshima e Nagasaki, con tanto di imponenti funghi di fuoco che si innalzano da esse. A seguire, immagini di cadaveri ammassati l’uno sull’altro, di bambini in lacrime, di corpi irrimediabilmente deformati dalle radiazioni e, non per ultime, di vecchie foto di famiglia risalenti agli anni precedenti alla guerra, in cui vediamo volti sorridenti, ancora ignari di ciò che sarebbe accaduto.
Fa male come un pugno allo stomaco, questo ultimo lavoro di Rithy Panh. E il regista, dal canto suo, sa perfettamente come essere incisivo e come colpire nel segno lo spettatore. Eppure, al termine della visione, ripensando all’importante carriera del documentarista, non si può che constatare che il presente Irradiés stia, di fatto, a rappresentare una sorta di opera minore. Quasi come se lo stesso Rithy Panh avesse, ormai, quasi lavorato con il pilota automatico. Non trattando, infatti, temi del tutto nuovi, questo suo ultimo documentario vede di contorno scene in live action che vedono attori – con il volto e la pelle completamente ricoperti di bianco – che, simboleggiando i fantasmi di chi ormai non c’è più e che stanno tanto a ricordare le figure del teatro kabuki, ma che risultano, allo stesso tempo, quasi posticci, frutto di un lavoro che, seppur toccante ed efficace al punto giusto, risulta apparentemente frettoloso. Siamo ben lontani, dunque, dalla riuscita animazione dell’ottimo L’Image manquante (2013), i cui personaggi in stop motion ancora ci saltano alla mente nel momento in cui sentiamo un nome come quello di Rithy Panh. Un nome che, in passato, è stato in grado di regalarci esperienze preziose e indimenticabili, come raramente capita di vivere.

Marina Pavido

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