Involution

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4.5 Awesome
  • VOTO 4.5

Ti vengo a salvare

A dire la verità le aspettative nei confronti di Involution erano bassissime, ciononostante il beneficio del dubbio siamo soliti darlo a tutti. Per chi conosce le linee editoriali di CineClandestino, infatti, sa che il pregiudizio nei confronti di questo o quel regista, tantomeno delle sue opere, non troverà mai spazio. Di conseguenza, anche se non facciamo parte degli estimatori di Pavel Khvaleev, del quale non abbiamo apprezzato le precedenti prove per il grande schermo (Random e III – Il rituale), la curiosità di vedere la sua ultima fatica dietro la macchina da presa non è venuta meno. Purtroppo però la visione nel corso della prima edizione di Oltre lo specchio ha dato esito negativo, con la maledizione del non c’è due senza tre che si è abbattuta sul film del cineasta russo classe 1984.
L’amaro in bocca, a differenza delle altre volte che lo hanno visto impegnato, stavolta però è particolarmente intenso, perché l’idea alla base del plot, anche se lontano dall’essere originale, appariva sulla carta valida e dagli sviluppi drammaturgici potenzialmente interessanti. Siamo in un futuro prossimo venturo. Il pianeta Terra è colpito da una forma di involuzione che porta gli esseri umani a regredire, scatenando istinti animali, aggressivi e mortali. In un contesto ormai totalmente fuori controllo, dove l’umanità corre seriamente il rischio di estinguersi, Hamming va alla ricerca dell’amata Liv, conosciuta prima dell’apocalisse e purtroppo scomparsa: affronterà ogni tipo di pericolo, rischiando la sua stessa vita, pur di ritrovarla.
Khvaleev resta confinato nei confini del genere, scegliendo con Involution di misurarsi con lo Sci-Fi a sfondo dispotico e dalle derive melò, che strada facendo si tinge di horror e di pennellate splatter per tentare di aumentare il livello dell’impatto emotivo. Purtroppo per lui l’incontro si conclude con uno scontro rovinoso addosso al muro dell’inconsistenza, a sua volta innescato da un “cortocircuito” narrativo e da una saturazione incontrollata dei numerosi elementi, colori e temi chiamati in causa. La tantissima carne al fuoco e le magnetiche ambientazioni pseudo-futuristiche non fanno altro che gettare fumo negli occhi dello spettatore, costretto a farsi largo tra il caos e la frammentarietà narrativa di una scrittura priva di un collante aggregativo che le garantisca scorrevolezza e continuità. Il tallone d’Achille, che diventa a conti fatti un ostacolo insormontabile, è la sceneggiatura. Dalle sue pagine scaturisce una reazione a catena che travolge tutto e tutti, comprese le one lines dei singoli personaggi, autentiche macchiette (il peggio lo vediamo nella coppia di sadici Cain e Ian) che vagano sulla timeline senza alcun controllo e direzione precisa. Il tutto aumentato all’ennesima potenza dalle interpretazioni davvero deboli dell’intero cast, dove salvo Alyona Konstantinova nei panni di Liv si fa davvero fatica a dare una sufficienza a qualcuno.
Di conseguenza, il cineasta russo è stato nuovamente privato della materia prima per portare a termine un film che altro non è che una riflessione superficiale su come potrà essere il nostro domani. Mai titolo fu dunque tanto profetico, con l’involuzione che rispecchia l’ulteriore passo indietro di un regista che ha dimostrato ancora una volta di conoscere tecnicamente l’hardware e il suo linguaggio (le scene e la pregevole messa in quadro dei sogni di Hamming nella distesa rocciosa, che strizzano l’occhio tanto alla messa in scena di Tarsem e all’uso della macchina da presa fluttuante di Malick, lo certificano), ma di non capire cosa scegliere di raccontare. Forse iniziare a non affidarsi più agli stessi sceneggiatori potrebbe aiutarlo nel percorso di risalita. Ma non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire, perché scorrendo i credits della sua prossima pellicola, l’horror Sleepless Beauty, il nome di Aleksandra Khvaleeva figura ancora. A suo rischio e pericolo.

Francesco Del Grosso

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