Intervista a Serena Gramizzi

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Non arrendersi mai!

La 15esima edizione del Sa.Fi.Ter. è stata l’occasione per incontrare Serena Gramizzi, arcigna e atipica produttrice nostrana, co-fondatrice della casa di produzione emiliana Bo Film. La proiezione nel programma della prima tappa della kermesse itinerante pugliese in quel di San Severo di Un paese di Calabria di Shu Aiello e Catherine Catella da lei co-prodotto, che le è valso il premio Unesco, ci ha permesso di intervistarla e di parlare della genesi dell’opera co-diretta dalle due registe italo-francesi, della sua idea di cinema del reale e dei progetti in cantiere.

D: Ci racconta la genesi di Un paese di Calabria e come è entrata in contatto con il progetto?
S.G.: Un paese di Calabria nasce da un’idea di Shu Aiello, che è una regista francese che ha fatto molti film per la televisione. E questa rappresenta la sua opera prima cinematografica. Sostanzialmente lei è venuta a conoscenza da una trasmissione radiofonica di questo incredibile modello di accoglienza partecipata, che un giornalista francese portava come esempio da seguire. Il suo cognome rivela chiare origini italiane. Sua nonna era di un paese della Calabria molto vicino a Riace. La regista era sconvolta che lo stesso paese dal quale sua nonna era dovuta emigrare, oggi invece fosse diventato un luogo dove le persone venivano accolte in un modo unico, non solo in Italia ma in tutta Europa.
E quindi un giorno ha deciso di andare a vedere con i suoi occhi e si è recata lì in vacanza, dove ha incontrato il Sindaco e la gente del luogo. Secondo me la cosa più furba che ha fatto in fase di ricerca è di non chiedere assolutamente niente a nessuno. Piuttosto ha preferito andare a sedersi a un bar per diversi giorni ad ascoltare e a osservare per giorni interi ciò che la circondava. Ha preferito un approccio low profile, perché aveva capito che stava crescendo sempre di più l’attenzione mediatiche nei confronti di Riace; un’attenzione che in realtà dava fastidio alla popolazione locale che non si rispecchiava nei servizi televisivi e nell’immagine che veniva restituita da essi in Italia e all’estero della vera anima delle persone intervistate e dello spirito del progetto. Con il suo approccio, al contrario, Shu è riuscita a conquistare la fiducia del Sindaco e dell’intero paese. Ha poi chiamato in causa una produttrice con la quale aveva già collaborato diverse volte in passato, ossia Laurence Ansquer della Tita Productions, una casa di produzione con sede a Marsiglia, è hanno iniziato a sviluppare il progetto. Nel frattempo la sua montatrice, Catherine Catella, anche lei di origini italiane, la accompagna in questi viaggi di ricerca e decidono di fare una co-regia, perché anche Catherine aveva montato e fatto film incentrati sulle seconde generazioni e sulle migrazioni.
Io incontro questo progetto a un programma di formazione della durata di tre settimane che si chiama EuroDoc, che è un programma sostenuto da Europa Creativa per produttori indipendenti di documentari, dove vengono selezionati trenta progetti: i quindici migliori con produttore francofono e quindici con produttore anglofono. Io ero presente all’edizione 2013 con un progetto di Antonio Martino, lo stesso anno in cui nasceva la casa di produzione della quale sono co-fondatrice, la Bo Film. Lì con la Ansquer nel corso dei pitch ci siamo rese conto che potevamo lavorare insieme al documentario, che a tutti gli effetti ci sembrava un film italo-francese, per tutta una serie di elementi che lo caratterizzavano, a cominciare dalla lingua e dall’ambientazione, per finire con il cast artistico e tecnico che vi doveva lavorare. Abbiamo poi vinto insieme un fondo di sviluppo per co-produzioni italo-francesi, nato dalla collaborazione tra i due Ministeri (Mibact e Cnc), e da lì siamo partite con la produzione, alla quale si è andata ad aggiungere un’altra produttrice francese, Martine Vidalenc della Marmita Films, e la partecipazione Svizzera rappresentata dalla Les productions JMH di Florence Adam. Insieme siamo riuscite a chiudere il budget per montare il film vincendo l’Eurimages.
Da parte mia ho provato a dare un contributo alla causa, offrendo il mio punto di vista da italiana, che servisse da compendio a quello esclusivamente esterofilo. La cosa che mi ha convinto a entrare nel progetto, oltre alla possibilità di continuare a collaborare con Laurence Ansquer, è stata la possibilità di potere fare una riflessione sui cicli migratori e su questo continuo bisogno di una parte del mondo di spostarsi da un’altra parte del mondo, ma anche di parlare di un grossissimo rimosso storico che ci riguarda da vicino. Per la prima volta nella storia, infatti, l’Italia non si è trovata a confrontarsi con l’accoglienza invece che con il viaggio e l’abbandono.
Una volta completato il documentario ha avuto la sua anteprima mondiale a Visions du Réel, nell’aprile 2016, dove si è aggiudicato il prestigioso Buyens-Chagoll Award , alla quale sono seguite numerose tappe nel circuito festivaliero in Italia (tra cui quella al Biuografilm Festival) e all’estero, corredate da altri importanti riconoscimenti, sino alla presentazione qui al Sa.Fi.Ter. 2017. Dopodiché il film è uscito prima nelle sale svizzere, poi in quelle francesi con una auto-distribuzione mista a una piccola distribuzione classica molto capillare che ha dato ottimi risultati, e infine in quelle italiane nel circuito di MovieDay. Ad oggi siamo a 24.000 spettatori. Un risultato significativo e importante.

D: Come è stato accolto il film nel corso dei vari eventi festivalieri e non al quale ha preso parte e quale è stata la risposta dei cittadini di Riace alla visione?
S.G.: Dopo le prime proiezioni pubbliche all’estero e in Italia, che sono andate molto bene, siamo andate a presentare il film a un festival che si tiene proprio a Riace in agosto, il Riace in Festival, dove la cittadinanza ha voluto istituire un premio speciale per ringraziare le registe per il lavoro svolto, per il rispetto dimostrato nei loro confronti e per come si sono sentiti ben rappresentati sullo schermo. Anche il Sindaco Domenico Lucano, artefice della trasformazione di un’utopia in realtà è diventato il principale sostenitore del film. Ovviamente questo ci ha dato una grandissima forza, perché così ci sentiamo autorizzati a diffondere il messaggio che è un messaggio molto positivo.
Con la Bo Film facciamo solitamente opere che parlano di diritti umani violati, ma questa volta avevamo a disposizione un messaggio positivo da diffondere. Non si tratta di un film nel quale si entra sempre nel merito delle pratiche che hanno portato il modello di accoglienza di Riace all’eccellenza, ma anche di come tali pratiche possono essere un’opportunità importante per coloro che accolgono e non solo per chi viene accolto. Riace era un paese abbandonato, un paese in cui era iniziata una fuga da parte di tutti i giovani che se ne erano andati via al nord. Riace era diventato uno dei tanti paesi fantasmi presenti in Italia. Il fatto che il flusso migratorio avesse portato in loco bambini ha permesso la riapertura della scuola, ma anche tantissimi adulti che hanno creato opportunità di lavoro, permesso l’apertura di nuovi servizi commerciali e di studi medici. Insomma, è rinata la vita. Il documentario ha il merito di aver mostrato anche questo rovescio della medaglio, questo controcampo. Un paese di Calabria, quindi, non è solo un ritratto di Riace, ma una poesia e un film che parte anche dall’esperienza personale di una delle registe: il voice over in francese che accompagna il film è quello ipotetico della nonna di Shu Aiello, nel quale racconta la sua difficoltà di migrare in Francia, del negare la sua lingua madre per non fare capire di essere italiana. Che poi se vai a vedere sono le stesse cose che, seguendo altre traiettorie, accadono oggi ai rifugiati nel nostro Paese.

D: Cosa secondo lei deve avere un documentario, tenendo presente la situazione attuale del mercato italiano, per potersi garantire una sopravvivenza dignitosa?
S.G.: Non sono convinta di essere una produttrice che mira così tanto all’industrializzazione e al commercio. Con i miei soci abbiamo deciso di fondare la Bo Film per ritagliarci un diritto di parola e per potere dare alle persone che volevano raccontare le storie il nostro diritto di parola. Noi lottiamo moltissimo affinché alcune tematiche che sono particolarmente scomode possano essere raccontate e mostrate. Ti cito ad esempio The Black Sheep di Antonio Martino, che è un film sull’ateismo nel mondo islamico, girato in Libia a tre anni dalla fine della rivoluzione, in cui il regista ha rischiamo la sua incolumità, così come il protagonista che è stato vittima di ritorsioni. Nessuno all’epoca è voluto entrare direttamente in produzione nonostante i diversi pitch fatti nei vari mercati avevano dato buoni segnali d’interesse. Noi siamo riusciti a farlo solo grazie al contributo di un mecenate con il quale avevamo già lavorato in passato.
Insomma, mi ritengo una produttrice strana e atipica, faccio ovviamente tutto quanto quello che una produttrice deve fare, ossia compilazione bandi e ricerca fondi, ma preferisco tirare su il mio personalissimo stipendio lavorando come organizzatrice per i lavori delle altre produzioni, mettendo in stand-by la Bo Film per poi dedicarmi con libertà e serenità ai nostri progetti. Ovviamente devo e dobbiamo fare costantemente i conti con un percorso lungo e tortuoso, reso ancora più difficoltoso dall’ignoranza degli interlocutori con i quali ci dobbiamo rapportare per riuscire a completare i budget necessari alle produzioni. Io sono cresciuta in Belgio e non ho nessuna abilità nell’entrare in dinamiche di nepotismo e leccaculismo. Questo può farmi finire sul libro nero di qualcuno, ma poi ci sono anche altre persone più lungimiranti con le quali si riesce a istaurare un confronto aperto e costruttivo, nel quale riesco a spiegare bene quale sono le effettive difficoltà legate al mio lavoro.

D: Cosa cerca in un documentario?
S.G.: Per me esiste un codice deontologico che chi fa documentari deve rispettare, ossia quello di rispettare assolutamente le storie e le persone che ci sono nel film.

D: Quali sono i prossimi progetti che vedranno te e la Bo Film impegnata nell’immediato futuro?
S.G.: Con la Bo Film abbiamo due linee fondamentali: quella politica e quella di investigazione sociologica, ma un po’ più artistica e visionaria. Alla prima appartengono sicuramente i documentari realizzati con Antonio Martino o Un paese di Calabria e alla seconda quelli firmati dal collettivo ZimmerFrei, del quale curiamo la distribuzione. In realtà di tratta di una serie di documentari (tra cui Hometown Mutonia e La beauté c’est ta tête) racchiusi in una serie che si chiama Temporary Cities, che sostanzialmente sono dei ritratti atipici di città europee, che si basano su piccoli spazi che gli autori individuano e ritraggono.
Questo ha portato me e il mio socio, Umberto Saraceni, a proporre a ZimmerFrei di fare un film insieme. E da questa idea è nato Almost Nothing. CERN: Experimental City, un ritratto della comunità che vive al CERN. Allo stato delle cose stiamo realizzando con loro il primo film non scientifico all’interno della più importante comunità scientifica nel mondo, dove c’è l’esperimento più imponente costruito dall’uomo. Il tentativo è quello di capire se il CERN è per tutti il più grande centro di ricerca sulla fisica delle particelle o il più interessante modello sociale. Questa riflessione ci porta a chiederci anche se si tratta della più grande utopia europea. La nostra è quella di capire come persone di religione, lingua, politica e cultura diverse riescano, con lo stesso obbiettivo, a vivere in una comunità coordinata, pacifica e che porta sempre miglioramenti. Ovviamente è l’idea scientifica al centro del discorso e tutti mirano alla stessa cosa, ma ci chiediamo attraverso questo film se è possibile esportare questo modello anche per dei credo che non sono prettamente scientifici, ma che sono anche di ricerca sociale per esempio.

Francesco Del Grosso e Maria Lucia Tangorra

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